Stress cronico: lavorare per vivere o vivere per lavorare?

Siamo abituati a pensare che lo stress cronico dipenda dal nostro stile di vita. Ma che cos’è, esattamente, questo “stile di vita”? Si tratta del lavoro, dei problemi familiari, delle difficoltà economiche, delle immancabili incomprensioni nelle nostre relazioni importanti? Attribuire lo stress cronico a tali non ben definiti fattori ci condanna a combattere un nemico non solo invisibile, ma che spesso non può essere vinto: non ne conosciamo il nome, non sappiamo che aspetto abbia, non sappiamo dove si nasconda e soprattutto non sappiamo come poterlo contrastare.
Ci troviamo così in una condizione di impotenza, appunto di crescente stress. La prima cosa da fare è quindi cercare di comprendere che cos’è e da dove nasce.
Che cos’è il distress o stress cronico?
Lo stress è una risposta naturale dell’organismo davanti a una situazione che richiede adattamento. Di fronte a una difficoltà, il nostro organismo si attiva. Aumenta l’attenzione, mobilita energia e ci prepara ad affrontare ciò che sta accadendo. Il problema nasce quando questa condizione di attivazione pare non avere un termine, per il semplice fatto che le sue presunte cause non possono essere eliminate.
Se la causa del distress fosse realmente il nostro lavoro, la nostra famiglia, le nostre relazioni più importanti, eliminare tali presunte cause sarebbe paradossalmente ancora più stressante! Se non capiamo veramente da che cosa deriva ci ritroviamo così prigionieri di una trappola che pare senza via d’uscita.
Il rapporto tra mondo interno e mondo esterno
Gli eventi esterni possono certamente rappresentare importanti fonti di pressione e alcune condizioni ambientali sono oggettivamente molto più gravose di altre. Se però fossero la vera causa di stress, nella maggior parte dei casi non potremmo eliminarle o modificarle. Esiste un passaggio fondamentale che regolarmente finiamo per trascurare: il nostro mondo interno, dove proviamo l’esperienza dello stress come qualsiasi forma di disagio emotivo, non risulta in contatto diretto con quello esterno.
Se stiamo guardando la Gioconda, stiamo davvero vedendo la Gioconda? Quando in primavera sentiamo il profumo del gelsomino, stiamo davvero sentendo il profumo di gelsomino? Per quanto bizzarre possano suonare tali domande, la risposta va contro ogni nostra aspettativa: “no”. Se il mio cane guardasse la Gioconda non vedrebbe la stessa cosa che vedo io, se annusasse il gelsomino non sentirebbe lo stesso profumo.
Ogni specie animale vedrebbe una Gioconda diversa e annuserebbe un gelsomino diverso, in linea con la propria struttura percettiva, diversa ovviamente da specie a specie. Anche se viviamo nella beata illusione di vedere, ascoltare, percepire le cose presenti là fuori in un dato modo perché sono proprio in quel modo, in realtà ogni specie vive nel proprio “uni-diverso”. Domandarsi qual è il modo giusto non avrebbe proprio senso!
Per essere più chiari, la Gioconda, il profumo del gelsomino, la musica di Bach, il sapore dei rigatoni alla matriciana e chi più ne ha più ne metta, sono codificati nella forma di miliardi e miliardi di microscariche elettriche dai nostri recettori periferici, microscariche che vengono quindi convogliate al nostro cervello. il quale ricostruisce all’istante ciò che pensiamo esista là fuori.
Quali sono allora le vere cause dello stress cronico?
Uno stesso evento può, dunque, essere vissuto da due persone in maniera profondamente diversa. E persino la stessa persona può reagire allo stesso problema in modi differenti in momenti diversi. Per comprendere la differenza non bisogna guardare là fuori, dobbiamo prima di tutto imparare a guardare dentro di noi.
La Natura ci ha fornito una quantità di funzioni e capacità atte a gestire l’ambiente esterno, anche se la cultura in cui viviamo ci pone in una condizione interna che non siamo stati equipaggiati ad affrontare: si tratta del conflitto interno. Se i conflitti interpersonali sono facilmente riconoscibili, quelli interni risultano particolarmente insidiosi per il fatto che si celano dietro il nostro comune modo di pensare.
La metafora che meglio esprime tale condizione è forse quella del tiro alla fune, in cui noi ricopriamo però il ruolo della corda! Da una parte qualcuno tira in una direzione, mentre dall’altra qualcuno tira nella direzione opposta. Dato che dentro di noi ci siamo solo noi, in chi o in che cosa dovremmo identificare queste due squadre?
Quante volte in un giorno pensiamo o affermiamo di dover e non dover fare certe cose? “Dobbiamo lavorare”, “Dobbiamo portare fuori a cena nostra moglie”, “Dobbiamo stirare le camicie a nostro marito”, “Non dobbiamo mangiare più del necessario”, “Non dobbiamo andare a letto troppo tardi” ecc. ecc.
Il problema legato all’utilizzo del verbo “dovere” è dato dal fatto che implica paradossalmente che “non vogliamo”, altrimenti perché non dire semplicemente che vogliamo fare questo e quest’altro. Se quindi facciamo ciò che dichiariamo di dover fare, implicando di non volerlo fare, ci ritroviamo nel bel mezzo di un conflitto, come se fossimo sia una squadra sia l’altra nel tiro alla fune interiore, come se stessimo facendo braccio di ferro con noi stessi.
Un semplice esperimento ci fornirà la riprova di questo fatto. Diciamo “Devo lavorare” quindi registriamo la sensazione. Poi diciamo “Voglio lavorare” quindi registriamo la sensazione. Confrontando le due sensazioni scopriremo che la prima è spiacevole mentre la seconda tende a essere piacevole. Questo accade perché in quei cinque secondi abbiamo cambiato lavoro o perché abbiamo sostituito “dovere” con “volere”?
Il cerchio poi si chiude, imprigionandoci all’interno di un paradosso che non mostra alcuna via d’uscita, quando il “devo” si accompagna a “non posso”. Assieme rappresentano le due colonne portanti della frustrazione, quindi dello stress, che ora inizia finalmente ad acquisire un volto più concreto.
Stress e rimuginio mentale
C’è un’altra caratteristica fondamentale dello stress cronico. Una situazione difficile o di pericolo ha normalmente un inizio e una fine. Il pensiero, invece, può continuare indefinitamente. Una discussione durata dieci minuti può essere ripercorsa mentalmente per ore, giorni, mesi… anche per tutta la vita!
Un errore commesso ieri può essere rivissuto cento volte. Un problema che potrebbe verificarsi tra un mese può essere anticipato ogni giorno fino a quel momento. L’evento non accade una sola volta, ma nella nostra mente può ripetersi infinite volte, anche prima che accada come mostrano i disturbi d’ansia.
Ecco perché non possiamo limitarci a domandarci: “Che cosa mi sta succedendo?”, riferendoci solamente o soprattutto ai fatti che ci succedono. Dobbiamo prima di tutto chiederci: “A che cosa e come continuo a pensare a ciò che mi sta succedendo?”
Come ridurre lo stress persistente?
La gestione dello stress non consiste semplicemente nel cercare di rilassarsi. Tecniche di respirazione, attività fisica, riposo e cambiamenti nello stile di vita possono rivelarsi molto utili, anche se non eliminano le cause profonde del problema, che potrà quindi ripresentarsi. Se la tensione è alimentata continuamente dal nostro modo di pensare e di interpretare la realtà, appare necessario intervenire anche a un livello più profondo.
Il primo passo consiste nel rendere visibile ciò che normalmente è invisibile. Quali pensieri si ripetono nella mia testa? Quali obblighi e divieti mi sto imponendo? Tra quali alternative continuo a oscillare? Quali conflitti sto creando nel mio mondo interno? Non possiamo modificare un meccanismo che non conosciamo.
Ora è forse chiaro il motivo per cui attribuire in prima battuta lo stress al proprio “stile di vita” e a tutti i possibili fattori esterni che connotano la nostra quotidianità è come raccogliere l’acqua dal pavimento allagato senza prima aver chiuso il rubinetto che perde! Continueremo a raccoglierla fino a che non si sarà esaurita tutta quella dell’acquedotto!
Un percorso psicoterapeutico può aiutarci a identificare i pensieri che alimentano il senso del “dover fare”, di dover lavorare fino allo sfinimento, di vivere per lavorare piuttosto che lavorare per vivere. Diventiamo così in grado di riconoscere che il nostro solo e unico “dovere” è goderci la vita, essere felici, vivere la vita come un dono: tutto il resto è quello che vogliamo e decidiamo di fare nel corso della nostra giornata.
