Problemi relazionali: avere ragione o stare bene insieme?

Aristotele ha definito l’essere umano “animale sociale”. Guardando la crescente diffusione dei problemi relazionali verrebbe da chiedersi se non si sia sbagliato. Abbiamo bisogno degli altri, costruiamo gran parte della nostra vita attraverso le relazioni e proprio all’interno delle relazioni sperimentiamo alcune delle nostre maggiori difficoltà: questo è il motivo per cui tali problemi, assieme ai meccanismi individuali che li generano e li sostengono, rappresentano una delle maggiori cause di stress.
Problemi di coppia, incomprensioni familiari, conflitti tra genitori e figli, amicizie che si interrompono, rapporti professionali che diventano insostenibili. Perché a volte è così difficile andare d’accordo? Una possibile risposta emerge da una constatazione apparentemente banale: quando due persone invece che comprendersi reciprocamente cercano di avere ragione.
Come nascono i problemi relazionali?
Quando pensiamo a un conflitto relazionale, tendiamo a concentrarci sul suo contenuto. “Non mi ascolta”, “Non fa quello che chiedo”, “Non capisce le mie esigenze”, “Quello che dice non è vero”, “Non è giusto che si comporti così”. Eppure, dietro discussioni apparentemente molto diverse, possiamo ritrovare una struttura ricorrente: nel momento in cui le nostre opinioni divergono, io penso di avere ragione e che tu abbia torto.
In altre parole assumiamo una posizione “autoreferenziale”, ci poniamo cioè come garanti delle nostre stesse affermazioni, ritrovandoci però nei panni del Barone di Münchhausen che affermava di essersi salvato dalle paludi, lui con il suo cavallo, tirandosi per il codino! Cadiamo così vittime di un’altra palude, quella del paradosso.
Avere ragione o salvaguardare la relazione?
Qui incontriamo uno dei grandi paradossi dei problemi relazionali. Vogliamo contemporaneamente due cose: avere ragione e mantenere allo stesso tempo un buon rapporto con l’altra persona. Il problema nasce quando il primo obiettivo diventa più importante del secondo. È un po’ come voler la botte piena e la moglie ubriaca.
Più cerchiamo di dimostrare che abbiamo ragione, più dobbiamo dimostrare che l’altro ha torto. E più dimostriamo che l’altro ha torto, più facilmente l’altro sentirà il bisogno di difendersi e di dimostrare le proprie ragioni. A quel punto non stiamo più cercando di risolvere un problema ma di vincere e prevalere sull’altro, che starà facendo esattamente la stessa cosa.
Il paradosso del “vero” e del “giusto” alla base dei problemi relazionali
Il paradosso risiede nel fatto che le due cose a cui teniamo di più nel nostro modo di pensare, ciò che è vero e ciò che è giusto, sono in realtà i grandi nemici dei buoni rapporti: “Le cose sono andate così”, “Non è giusto comportarsi in questo modo”, sono frasi che abbiamo detto e ascoltato chissà quante volte. Se eliminassimo il vero e il giusto dalle nostre discussioni che cosa ne rimarrebbe? Scopriremmo con una certa sorpresa di non riuscire a litigare, di non riuscire a instaurare un conflitto con l’altro.
Ciò che rimarrebbe sarebbe una eventuale divergenza di opinioni, di volontà, di intenti, cosa ben diversa da un “conflitto”. Perseguire il vero e il giusto ci pone nella posizione di “saggi della montagna”, che dall’alto della loro presunta saggezza pontificano e proclamano verità, giacché in possesso del dono del sapere o cose del genere.
Dialogare non significa dimostrare alcunché
Che differenza c’è tra dialogare e discutere? Nel secondo caso il punto di partenza è: “Io so come stanno le cose e devo riuscire a fartelo capire”, mentre nel dialogo autentico il punto di partenza cambia: “Io vedo le cose in questo modo. Tu come le vedi?”. Anche se la differenza può sembrare minima, in realtà cambia completamente la qualità della relazione. Nel primo caso esistono due contendenti, dunque un problema di relazione, nel secondo esistono due punti di vista che potrebbero anche rivelarsi complementari, a vantaggio di entrambi.
Dalla verità alla prospettiva personale
Immaginiamo una discussione di coppia. Uno dei due dice all’altro “Non mi ascolti mai”, così questi risponde “Non è vero!”. A questo punto il conflitto è iniziato. Il primo ha formulato un’affermazione che pretende di descrivere un fatto, il secondo cerca immediatamente di confutarla. Proviamo quindi a modificare la prima frase: “Quando parlo con te, a volte ho l’impressione che tu non mi ascolti”.
Ora non sta più stabilendo che cosa presumo sia “oggettivamente vero” ma esprimendo una personale impressione, che l’altro non potrà negare visto che si tratta, appunto, di qualcosa che riguarda me. In altre parole, il secondo non potrà controbattere “Non è vero che hai questa impressione!”, a meno che non abbia facoltà di chiaroveggenza. Abbiamo quindi spostato la comunicazione dal terreno della presunta verità a quello dell’esperienza personale, il che rende tecnicamente impossibile il conflitto cambiando istantaneamente la qualità della relazione.
Comprendere non significa essere d’accordo
Uno degli equivoci più frequenti consiste nel pensare che comprendere l’altro significhi dargli ragione, ma non è così. Posso comprendere perché una persona sia arrabbiata con me senza pensare che abbia ragione. Si tratta della differenza tra il livello di “contenuto”, ossia cosa ci stiamo dicendo, e quello di “relazione”, ossia come ce lo stiamo dicendo.
Posso quindi comprendere il mio partner senza condividere ciò che sta affermando, come posso comprendere ciò che prova mio figlio senza necessariamente accettare il suo comportamento. Comprendere significa entrare temporaneamente nella mappa dell’altro, non abbandonare la propria. Questa distinzione rappresenta uno degli strumenti più potenti per affrontare i problemi relazionali.
Quando una discussione finisce in “tribunale”
Esiste un luogo nel quale le uniche cose che contano sono ciò che è vero, secondo le prove, e ciò che è giusto, secondo la legge: si tratta ovviamente del tribunale. Ci sono le parti che sostengono tesi contrapposte e un giudice che decide. È una struttura indispensabile nell’amministrazione della giustizia. Ma che cosa accade quando introduciamo la stessa logica all’interno di una relazione?
Uno diventa l’accusa, il pubblico ministero, mentre l’altro la difesa, l’avvocato difensore. Entrambi raccolgono prove: “Te l’avevo detto”, “Sei stato tu”, “Lo fai sempre”, “Ricordati quello che è successo l’anno scorso”. E ciascuno emette la sentenza per proprio conto: “Ho ragione io”. A quel punto il partner non è più soltanto la persona con la quale abbiamo un problema da risolvere, ma è diventato la controparte.
Conflitti di coppia: quando vincere significa perdere
Se dopo una lunga discussione riesco finalmente a dimostrare di aver ragione, posso considerarmi vincitore. Ma che cosa ho vinto? Forse davanti a me ho una persona umiliata, arrabbiata, ferita o desiderosa di rivincita. Ho “vinto la battaglia” legata alla discussione ma “ho perso la guerra”, ho in qualche modo e misura danneggiato la relazione, che è la cosa che davvero mi importa, tant’è che ho speso tante energie per dimostrare all’altro di avere ragione!
Mi trovo così prigioniero di un sottile paradosso: nelle relazioni per noi davvero importanti vincere significa perdere!
Come affrontare i problemi relazionali?
La prossima volta che interagiamo con qualcuno per noi importante potremmo chiederci: “Che cosa voglio ottenere interagendo con questa persona?”. “Qual è la mia priorità, avere ragione o stabilire una buona relazione basata sulla comprensione?”, “Voglio risolvere l’eventuale problema o crearne uno più grosso?”. Si tratta di obiettivi profondamente differenti.
Affrontare i problemi relazionali non significa rinunciare alle proprie idee, non significa dar ragione all’altro anche se pensiamo che abbia torto marcio o accettare supinamente tutto ciò che l’altro dice o fa. Significa piuttosto imparare a distinguere la persona dal problema e il dialogo da quello che potrebbe trasformarsi in una sorta di contraddittorio simile a quelli a cui assistiamo in ambito giudiziario, passare dall’obiettivo di avere ragione a tutti i costi a quello di stabilire e mantenere una soddisfacente relazione.
Se l’altra persona è in qualche modo importante per noi occorre prima di tutto chiedersi: “Che cosa possiamo fare, partendo dai nostri due diversi punti di vista, per stare meglio insieme?”. Un percorso psicoterapeutico può aiutare a sciogliere i nodi emotivi non espressi e non elaborati che inquinano il nostro modo di gestire i rapporti per noi più importanti.
Per approfondire l’argomento:
Anche se pensiamo alla divergenza di opinioni come la radice dei nostri conflitti relazionali, i nostri rapporti appaiono sempre più difficili per un diverso motivo.




