Depressione: la voce del giudice interno 

La depressione è una condizione di sofferenza psicologica che può coinvolgere l’umore, il modo di pensare, la sfera motivazionale, il rapporto con sé stessi e con gli altri. Nel disturbo depressivo la persona arriva a sentirsi e a pensare di essere sbagliata, incapace, inutile, colpevole o indegna di essere amata. Ma che cosa accade dentro di noi quando questi vissuti prendono il sopravvento e perché possiamo arrivare a diventare i peggiori giudici di noi stessi?

Perché nasce la depressione? La sua relazione con la rabbia

Parlando del disturbo d’ansia lo abbiamo collegato alla rabbia a boomerang, che torna cioè indietro a chi l’ha lanciata: nella depressione non sta semplicemente tornando indietro ma ci sta proprio colpendo! Si tratta di un fenomeno complesso al quale prendono parte fattori biologici, psicologici, relazionali e ambientali, anche se la radice è sempre quanto accade nel nostro mondo interno, in particolare quello psichico.

Parlando della rabbia può trattarsi di quella sperimentata molto tempo prima nei confronti di persone con le quali esisteva un forte legame affettivo, primi fra tutti i genitori, o figure comunque significative. Il punto è che possiamo provare contemporaneamente amore e rabbia nei confronti della stessa persona. Per un bambino, tuttavia, questa condizione di ambivalenza può risultare particolarmente difficile da gestire, se non impossibile quando è molto intensa.

Cosa accade quando impariamo che arrabbiarsi è sbagliato?

Sin da bambini possiamo ricevere, più o meno esplicitamente, un messaggio: “Non devi arrabbiarti”. La rabbia viene frequentemente associata all’aggressività e l’aggressività alla violenza, fino a considerare negativa l’emozione stessa. Ma provare rabbia e comportarsi in maniera violenta sono due cose profondamente diverse. La rabbia è un’emozione, mentre la violenza è un comportamento.

Se equipariamo la rabbia alla violenza cercheremo di reprimerla o negarla ed è proprio qui che nasce un problema: che cosa accade a un’emozione quando non siamo disposti a riconoscerla e ad accettarla per quello che è, ossia una semplice forma di sentire?

Ansia e depressivo: due modi diversi di vivere il disagio

Ansia e depressione possono presentarsi contemporaneamente e condividere alcuni fattori psicologici e relazionali, pur rimanendo fenomeni differenti. Nella prospettiva che stiamo considerando, possiamo immaginarle come due differenti direzioni assunte dalla rabbia coinvolta in un conflitto interno.

Nell’ansia, la rabbia a boomerang alimenta l’anticipazione di un futuro percepito come minaccioso, mentre nella depressione l’attacco interno si rende manifesto attraverso pensieri di autosvalutazione e di autocolpevolizzazione come ad esempio “Non valgo nulla”, “È colpa mia”, “Non sono abbastanza”, “Non merito di essere amato”. La minaccia non sembra più provenire soltanto dal futuro immaginato come irto di pericoli: l’attacco proviene ora dall’interno.

Il “giudice interno”

È come se un giudice severo e implacabile fosse presente dentro di noi. Si tratta della voce che ci critica, ci accusa, ci svaluta e ci condanna. Qualunque cosa facciamo sembra non essere abbastanza, non essere adeguata, non andar bene. Se commettiamo un errore, non abbiamo semplicemente commesso un errore: siamo degli incapaci, siamo colpevoli e per questo dobbiamo quindi essere puniti.

Se una relazione finisce, non abbiamo semplicemente vissuto una relazione che non ha funzionato: siamo persone che nessuno potrà amare. Se falliamo in qualcosa, non abbiamo semplicemente fallito: siamo dei falliti. Una caratteristica fondamentale di questo processo consiste quindi nel passaggio da ciò che facciamo, pensiamo o proviamo a ciò che crediamo di essere.

L’errore della pars pro toto: quando una parte diventa il tutto

Qui si attiva un meccanismo particolarmente importante, che possiamo descrivere attraverso la locuzione latina pars pro toto: la parte che prende il posto del tutto. Una caratteristica, un comportamento, un errore e persino una parte della nostra personalità finiscono per prendere il posto di noi come tutto: se mi sentissi colpevole potrei quindi pensare “Sono colpevole”.

Ecco che i verbi sentire ed essere si rincorrono in un drammatico girotondo, rendendo così palpabile il dilemma amletico: “Essere o non essere!”. Anche se sul piano puramente linguistico la distinzione potrebbe sembrare banale, su quello psicologico si dimostra invece di enorme portata. Da questa prospettiva, uno dei primi passi per affrontare il disturbo depressivo consiste nel riconoscere un principio apparentemente elementare: il tutto non è la parte e la parte non è il tutto.

La voce che ci critica è una parte di noi, non “noi” come tutto. Affermare o pensare “Una parte di me pensa che io non valga nulla” è profondamente diverso da “Io non valgo nulla”. Nel primo caso possiamo osservare un pensiero, nel secondo ci identifichiamo con quel pensiero e con la parte di noi che pensa in questo modo.

Comprendere la depressione oltre il sintomo

La depressione non può essere spiegata attraverso una formula valida per tutti, anche se il comune denominatore dei diversi stati depressivi pare essere la presenza di quella parte che abbiamo chiamato giudice interno. Questa constatazione può aiutarci a porci alcune utili domande: “Da dove proviene quella voce?”, “Quando abbiamo iniziato a pensare in questo modo?”, Che cosa accadrebbe se smettessimo di identificarci con essa, di pensare che abbia ragione, che quanto va dicendo sia vero e che si tratta di pensieri che davvero ci appartengono?

Un percorso psicoterapeutico può lavorare proprio su queste distinzioni, aiutando la persona a riconoscere pensieri, emozioni e parti di sé senza confonderli con la propria identità complessiva. Perché avere dentro di sé una voce che ci considera privi di valore non significa essere privi di valore. Nel momento in cui impariamo a riconoscerla come una parte di noi, piuttosto che come “noi” in qualità di tutto, diventa possibile iniziare a gestirla e trasformarla.