Come funziona la Terapia dei Nuclei Profondi?

La Terapia dei Nuclei Profondi (TNP) è un modello di psicoterapia elaborato da Stefano Boschi che si propone di intervenire sulle dinamiche profonde alla base dei problemi psicologici, lavorando in particolare su tre dimensioni strettamente collegate: emozioni, pensieri e parti della personalità.

Il suo presupposto fondamentale è semplice: il sintomo non rappresenta soltanto qualcosa da eliminare, ma può essere considerato un segnale che ci permette di risalire a ciò che sta accadendo nel nostro mondo interno. L’obiettivo non consiste quindi semplicemente nel combattere ansia, depressione, panico o altre manifestazioni del disagio, ma nel comprendere e trasformare i processi che contribuiscono a generarle e mantenerle.

Che cos’è la Terapia dei Nuclei Profondi?

I diversi approcci alla psicoterapia fanno generalmente riferimento a specifiche teorie psicologiche. La Terapia dei Nuclei Profondi parte invece da un presupposto più generale: le leggi che governano la natura umana, una delle quali è che l’essere umano tende naturalmente a ricercare condizioni di benessere e a evitare la sofferenza.

Eppure siamo spesso noi stessi a produrre e mantenere pensieri, conflitti e modalità di gestione delle emozioni che finiscono per allontanarci proprio dal benessere che vorremmo raggiungere. È come se nel nostro modo di funzionare fossero presenti alcuni “bug”, per utilizzare una metafora informatica. Cerchiamo di stare meglio, ma alcune delle strategie che utilizziamo per riuscirci finiscono paradossalmente per produrre l’effetto opposto.

Sentire e pensare: due dimensioni fondamentali

Per comprendere il funzionamento della Terapia dei Nuclei Profondi possiamo partire da due grandi dimensioni della nostra esperienza: sentire e pensare. Da una parte troviamo emozioni, sensazioni, bisogni e impulsi, dall’altra pensieri, convinzioni, giudizi, interpretazioni e rappresentazioni della realtà. Anche ciò che chiamiamo “problema psicologico” può essere osservato attraverso queste dimensioni.

Che cosa sente questa particolare persona? Che cosa pensa? Che cosa pensa di ciò che sente? Che cosa fa quando compare un’emozione che considera inaccettabile? Sono domande molto diverse dal chiedersi soltanto: “Qual è la sua diagnosi?”.

Dalla diagnosi alla persona, dalla malattia al malato

Due persone possono ricevere la stessa diagnosi ed essere profondamente differenti. La categoria diagnostica individua ciò che diverse persone possono avere in comune, non le differenze che sono quelle che potrebbero permetterci di guarire e non solo curare il relativo disturbo. Ciò che ciascuna di esse sente e pensa, invece, ci riporta alla sua unicità.

Per la Terapia dei Nuclei Profondi è quindi fondamentale passare dalla categoria generale alla specifica organizzazione del problema di quella particolare persona.

Controllare le emozioni è davvero la soluzione?

Una delle domande più frequenti è: “Come posso controllare le mie emozioni?”. Pensiamo soprattutto alla rabbia, alla paura o all’ansia. Immaginiamo di prendere un gatto e di metterlo dentro un sacco. A quel punto il nostro problema diventa: “Come faccio a tenerlo sotto controllo?”. Il gatto non vuole rimanere nel sacco, si agita, cerca in ogni modo di uscire e più cerchiamo di tenerlo prigioniero, più difficile diventa controllarlo.

Forse il problema non è il gatto. Forse il problema è averlo messo nel sacco! La metafora del gatto nel sacco descrive uno dei punti centrali della Terapia dei Nuclei Profondi: cercare continuamente di combattere un’emozione spiacevole o un impulso ritenuto illegittimo o “cattivo”, come accade regolarmente nel caso della rabbia, alimenta un conflitto interno che, di regola, ci sembra insolubile.

Non controllare le emozioni, ma trasformarle

Da questa prospettiva, la questione non consiste nel trovare il modo di controllare le emozioni, anzi proprio ciò che crea il problema all’origine! Se le emozioni rappresentano una certa forma di “energia psichica”, sappiamo che l’energia non si crea nè si distrugge, anche se si trasforma.

La trasformazione che la Terapia dei Nuclei Profondi innesca nel mondo interno del paziente può essere resa in termini metaforici facendo riferimento all’alchimia, all’opus alchemicus, al lavoro degli antichi alchimisti basato sul principio del solve et coagula. Gli antichi alchimisti cercavano la misteriosa pietra filosofale, alla quale attribuivano la capacità di trasformare i metalli vili in metalli nobili, come l’oro e l’argento.

Possiamo utilizzare la stessa metafora per rappresentare il lavoro sulle emozioni. Paura, rabbia, tristezza, impotenza e altre forme di sofferenza non devono necessariamente essere considerate qualcosa da distruggere. Rappresentano piuttosto il materiale sul quale lavorare, il materiale per la costruzione di un diverso assetto del nosto mondo interno.

La “pietra filosofale” delle emozioni

Qual è allora, metaforicamente, la pietra filosofale della TNP? si tratta dell’accoglimento del sentire spiacevole. Ed è precisamente ciò che il nostro comune modo di pensare tende a rifiutare. Quando stiamo male vogliamo smettere di stare male. Quando abbiamo paura vogliamo eliminare la paura. Quando ci sentiamo tristi vogliamo tornare immediatamente allegri. Quando siamo arrabbiati cerchiamo di reprimere la rabbia.

La Terapia dei Nuclei Profondi propone un movimento differente: lasciare emergere → riconoscere → accettare → trasformare. Accogliere un’emozione non significa rassegnarsi a essa. Non significa nemmeno trasformarla automaticamente in comportamento. Riconoscere e accettare la rabbia non significa aggredire qualcuno. Significa poter riconoscere: “Questa rabbia esiste e in questo momento fa parte di ciò che sento.”

Il ruolo dei pensieri nella sofferenza psicologica

Accanto alla dimensione del sentire troviamo quella del pensare. I pensieri possono contribuire a creare conflitti interni che alimentano la sofferenza. “Devo essere forte”, “Non posso sbagliare”, “Non devo avere paura”, “Non valgo abbastanza”, “È sbagliato sentirsi così”, “Non riuscirò mai a cambiare”. 

Frasi apparentemente semplici possono diventare parte del modo attraverso il quale organizziamo la nostra esperienza. Per questo la TNP lavora anche sul riconoscimento e sulla ristrutturazione di specifiche modalità di pensiero e sequenze linguistiche che possono contribuire a mantenere il problema.

L’obiettivo non consiste semplicemente nel “pensare positivo”. Consiste nel riconoscere come pensiamo e quali conseguenze produce quel particolare modo, al fine di poterlo mettere in discussione.

Perché si chiama Terapia dei Nuclei Profondi?

Arriviamo così alla caratteristica dalla quale deriva il nome stesso del modello. Che cosa sono i Nuclei profondi? Rappresentano le “parti della personalità”, entità psichiche che animano il nostro mondo interno e che appaiono caratterizzate di propri bisogni, emozioni, convinzioni e modalità di comportamento.

Per approfondire la struttura della personalità, della patologia e dell’intervento nella Terapia dei Nuclei Profondi, sono disponibili i tre volumi dedicati alla TNP nella Libreria.

Nella vita quotidiana sperimentiamo continuamente qualcosa di simile: “Una parte di me vorrebbe farlo, ma un’altra ha paura”, “Vorrei perdonarlo, ma qualcosa dentro di me non ci riesce”, “So che dovrei smettere, ma è più forte di me”, “Con la testa so una cosa, ma sento esattamente il contrario”. Chi è che vuole? Chi è che non vuole? Chi sa? Chi sente qualcosa di differente?

Quando la “parte” prende il posto del “tutto”

Il problema diventa particolarmente importante quando una parte della personalità viene confusa con la persona nel suo insieme. Possiamo rappresentare questo fenomeno attraverso l’espressione latina pars pro toto: la parte al posto del tutto.

Pensiamo a espressioni molto comuni: “Sono un fallito”, “Sono inadeguato”, “Sono un debole”, “Sono cattivo”, “Sono ansioso”. In queste affermazioni una valutazione relativa a una parte della nostra esperienza rischia di trasformarsi in una definizione globale della persona.

Avere una parte di noi che si sente inadeguata non significa essere una persona inadeguata. La distinzione apre uno spazio fondamentale per il cambiamento.

La Terapia dei Nuclei Profondi e le “pseudo-identità”

Nel corso della vita costruiamo moltissime definizioni di noi stessi. “Sono un avvocato”, “Sono una madre”, “Sono un padre”, “Sono forte”, “Sono fragile”, “Sono intelligente”, “Sono incapace”. Alcune descrivono professioni o ruoli sociali, altre giudizi e valutazioni, anche se nessuna di esse può esaurire ciò che siamo come esseri umani.

Possiamo allora riprendere la celebre immagine di Luigi Pirandello: uno, nessuno e centomila. Ognuno di noi presenta molti volti, molti ruoli e molte modalità differenti di funzionamento. Il problema nasce quando uno di questi personaggi pretende di rappresentare l’intera persona.

Il teatro interiore

Da qui deriva una delle metafore centrali della Terapia dei Nuclei Profondi: il teatro interiore. Possiamo immaginare la nostra psiche profonda come un teatro. Sul palcoscenico si muovono differenti personaggi. Una parte può accusare mentre un’altra può sentirsi accusata, una parte può imporre regole mentre un’altra può ribellarsi, una può chiedere amore mentre un’altra può cercare di bastare a sé stessi.

Questi personaggi interagiscono tra loro e dalla loro relazione può nascere un vero e proprio dramma interiore. E noi assistiamo allo spettacolo senza renderci conto che ciò che vediamo sul palcoscenico può influenzare profondamente ciò che sentiamo, pensiamo e facciamo.

Il sintomo come messaggero

Da questa prospettiva cambia anche il modo di osservare il sintomo. Il sintomo non è necessariamente soltanto il nemico da eliminare. Può diventare un messaggero. Nel modello TNP, il problema viene utilizzato come indicatore di qualcosa che necessita di essere riconosciuto, accettato e compreso nel mondo interno della persona.

La domanda terapeutica cambia quindi profondamente. Non soltanto: “Come facciamo a eliminare questo sintomo?”, ma soprattutto “Che cosa ci sta segnalando?”

Riscrivere la sceneggiatura

Se la nostra psiche può essere rappresentata come un teatro e il problema come il risultato del dramma che i suoi personaggi continuano a mettere in scena, possiamo comprendere quale sia uno degli obiettivi fondamentali della Terapia dei Nuclei Profondi.

Non cacciare gli attori. Non chiudere il teatro. Non costringere un personaggio a tacere. modificare piuttosto le relazioni tra i personaggi e riscrivere la sceneggiatura. Il terapeuta può essere rappresentato metaforicamente come un regista che permette ai diversi personaggi di emergere, interagire ed evolvere verso una diversa rappresentazione.

Il problema può allora perdere progressivamente la funzione di messaggero che svolgeva diventando non più necessario.

Qual è l’obiettivo della Terapia dei Nuclei Profondi?

Possiamo quindi riassumere il percorso della TNP attraverso alcuni passaggi fondamentali:

riconoscere ciò che sentiamo → accogliere le emozioni spiacevoli → individuare i pensieri che alimentano il conflitto → distinguere la persona dalle sue parti → entrare in contatto con i nuclei profondi per dar loro ciò di cui hanno bisogno.

Il fine ultimo non è costruire una persona che non provi più paura, rabbia, tristezza o dolore, è permettere alla persona di recuperare una posizione sovraordinata rispetto alle singole parti del proprio mondo interno.

Il tutto non è la parte e la parte non è il tutto. È da questa distinzione che diventa possibile modificare il vecchio dramma. Perché se i personaggi continuano a recitare sempre la stessa sceneggiatura, probabilmente assisteremo sempre allo stesso finale.

Per approfondire il modello e il percorso terapeutico, puoi consultare la pagina dedicata alla Terapia dei Nuclei Profondi.