Gestire le emozioni: combatterle ci farà sentire peggio!

Abbiamo sviluppato tecnologie straordinariamente sofisticate per controllare ciò che accade intorno a noi, siamo in grado di inviare sonde su Marte, comunicare istantaneamente con una persona dall’altra parte del pianeta, volare a una velocità superiore a quella del suono, possediamo macchine capaci di svolgere in pochi secondi calcoli che a noi richiederebbero milioni di anni, anche se quando si tratta di gestire le emozioni siamo ancora all’invenzione della ruota.

Che cosa facciamo quando proviamo paura, rabbia, tristezza, solitudine o senso di impotenza? Molto spesso cerchiamo di far finta di niente, di essere forti, di distrarci pensando ad altro, di compensare il disagio facendo qualcosa che ci gratifichi come una buona mangiata o acquistare un nuovo vestito.

E se il problema fosse proprio quello che facciamo nel tentativo di smettere di sentirci in quel certo modo?

Gestire le emozioni come se fossero fiumi di “energia psichica”

Possiamo immaginare le emozioni come un fiume che scorre nel nostro mondo interno. Se costruissimo una diga davanti a un fiume questo non scomparirebbe: l’acqua si accumulerebbe, il suo livello inizierebbe a salire, aumenterebbe la pressione dell’acqua che prima o poi troverebbe vie alternative per continuare a scorrere verso il mare, dato che questa è la sua naturale tendenza.

Qualcosa di simile accade alle emozioni che consideriamo inaccettabili e che tendiamo perciò a sopprimere. Il problema è che tali vie alternative si chiamano “sintomi”.

Anche se non le sentiamo più non hanno cessato di esistere. Sintomi come l’ansia possono essere considerati segnali da recepire piuttosto che “problemi da eliminare”. L’obiettivo non è, dunque, far tornare tutto come prima ma sistemare ciò che il sintomo ci indica come azione necessaria.

Cosa significa gestire le emozioni?

Quando parliamo di gestione delle emozioni possiamo pensare che significhi eliminare la rabbia, vincere la paura, mettere da parte la tristezza, allontanare il senso di colpa e cose del genere. Se sono triste devo tirarmi su, se qualcosa mi fa soffrire devo smettere di pensarci. Anche se siamo soliti definire le emozioni positive o negative, in realtà la loro valenza non dipende da “cosa sentiamo” bensì da “quanto lo sentiamo”.

Le emozioni che normalmente definiamo “negative” sono, infatti, le protagoniste del nostro intrattenimento serale. Quante persone si divertono guardando film con i mostri spaziali? Ma perché invece che cadere preda del terrore ci divertiamo? Il divertimento dipende dal fatto che la paura che proviamo è di bassa intensità. Ci divertiremmo ancora se il mostro spaziale uscisse dalla TV e ce lo ritrovassimo nel nostro salotto? Certamente no, per il fatto che l’intensità della paura schizzerebbe alle stelle!

Gestire un’emozione significa imparare a riconoscerla per quello che è, una forma di sentire, senza confonderla con la situazione esterna o con il comportamento che ci spingerebbe a mettere in atto. Significa prima di tutto non trasformarla nella propria identità, come accade quando affermiamo “Sono colpevole” invece che “Mi sento in colpa”. Provare un’emozione, agirla e identificarsi con essa sono tre cose ben differenti.

L’accoglimento delle emozioni

Se mi sento arrabbiato non devo necessariamente urlare. Se provo paura non devo necessariamente scappare. Se mi sento triste non devo necessariamente chiudermi in me stesso. Accogliere un’emozione non significa esprimerla all’esterno, agirla verso qualcuno o qualcosa come potremmo fare con la rabbia.

Possiamo riconoscerla e accettarla senza aggredire nessuno. L’emozione appartiene al mondo interno, al mondo del sentire, mentre il comportamento appartiene al mondo dell’agire. Confondere questi due mondi può essere il motivo per cui impariamo a temere le emozioni. In realtà, le due cose appaiono complementari: se riconosco e accetto la rabbia diminuiscono le probabilità che essa prenda il sopravvento sul mio comportamento.

Perché abbiamo paura delle nostre emozioni?

Pensiamo alla rabbia. Se siamo convinti che “essere arrabbiati” significhi necessariamente diventare aggressivi, sarà naturale cercare di reprimerla. Se consideriamo la paura un segno di debolezza, cercheremo di non sentirla. Se pensiamo che la tristezza significhi essere fragili, proveremo a nasconderla.

Il problema non è più soltanto l’emozione originaria: abbiamo iniziato a giudicare ciò che sentiamo invece che accoglierlo. “Non devo essere arrabbiato.” “Non posso avere paura.” “Devo essere forte.” “Non dovrei sentirmi così.” L’emozione diventa quindi motivo di conflitto interno.

Emozione significa “esternare”

L’etimologia di “emozione” ci offre un suggerimento interessante. Il termine deriva dal latino “ex movere”, ossia esternare, il che non va però riferito al mondo là fuori bensì a quello interno, nel senso quindi di far emergere: è precisamente ciò che un’emozione cerca di fare a meno che non venga bloccata, ossia emergere alla consapevolezza.

Il problema nasce quando, invece di permettere la realizzazione di tale naturale tendenza, iniziamo a contrastarla.

Le dighe emotive: “non devo sentirmi così”

Tornando all’idea delle emozioni come fiumi di energia psichica, contrastare la naturale tendenza che spinge questi flussi a emergere alla consapevolezza è come costruire una diga che ne blocchi il corso. Significa per esempio dirsi “Non devo sentirmi triste”, “È sbagliato arrabbiarsi”, “Non ho alcun motivo per provare paura”.

Esistono frasi tipiche che diciamo a noi stessi o che ci dicono gli altri quando comunichiamo loro che ci sentiamo male, che stiamo soffrendo, come nel caso di “Pensa a chi sta peggio”, “Vedrai che passa”, “Non farci caso”, “Guarda Giovanni che non si lamenta mai” ecc. ecc.

Anche se l’intenzione è positiva il risultato non lo è altrettanto. Se penso a qualcuno che soffre più di me, il malessere che sento scompare? Al contrario, viene compresso e aumenta la sua pressione interna, esattamente come fa il fiume quando incontra una diga. Semplicemente non viene accolto, ossia non riconosciuto e accettato come parte della mia esperienza in quel particolare momento.

Riconoscere le emozioni: dare un nome a ciò che sentiamo

Il primo passo per gestire le emozioni consiste nel riconoscerle. Anche se può sembrare banale non lo è affatto. “Sto male”, “Mi sento uno schifo”, “Non ne posso più”, “Sono solo” rappresentano espressioni che non identificano alcuna emozione. Non rappresentano i nomi di niente, diversamente da rabbia, paura, tristezza, vergogna, senso di colpa, senso di solitudine, senso di impotenza.

Dare un nome a un’emozione significa trasformare qualcosa di indistinto in qualcosa che possiamo riconoscere: si tratta del primo step dell’alfabetizzazione emozionale.

Che cosa significa “accettare” le emozioni?

Dopo aver riconosciuto un’emozione con un nome adeguato possiamo compiere un secondo e necessario passo: accettarla. Ciò non significa pensare che “È bello avere paura”, “Voglio continuare a sentirmi triste”, “È giusto provare rabbia”, significa semplicemente non contrastarla, non costruire una diga che la blocchi.

A quel punto, il fiume del sentire giunge finalmente al mare dell’accoglimento e accade esattamente ciò che accade a un fiume vero quando arriva al mare, ossia si trasforma, cambia cioè forma, non essendo più la sua acqua contenuta dagli argini.

L’energia psichica che fino a quel momento ha alimentato quella certa forma di sofferenza non scompare, ma abbandona la vecchia forma per acquistarne un’altra: quella delle risorse che fino a quel momento abbiamo sentito mancare.

L’alchimia interiore

Gli antichi alchimisti affermavano di trasmutare i metalli vili in metalli nobili, il che poteva essere fatto attraverso la pietra filosofale. L’accoglimento rappresenta questa pietra, che permette la trasmutazione delle emozioni spiacevoli in risorse. Si tratta di ciò che il nostro buonsenso non potrà mai capire, il che però non esclude il fatto che funzioni!

Che cosa accadrebbe se smettessimo di costruire continuamente dighe che bloccano le forme di sentire spiacevole? I diversi flussi di energia che scorrono normalmente nel nostro mondo interno potrebbero fluire in tutta tranquillità e non cercherebbero vie alternative sintomatiche per continuare la loro corsa.

Le emozioni non sono un problema da risolvere ma informazioni

Possiamo ora compiere un ulteriore passaggio. E se invece di considerare un’emozione come un disturbo iniziassimo a considerarla anche come un’informazione? La paura può dirci che percepiamo una minaccia, la rabbia che qualcosa contrasta con i nostri bisogni, la tristezza che abbiamo bisogno di ritirarci in noi stessi, il senso di solitudine che abbiamo bisogno di intrecciare una relazione.

Vale comunque la pena di raccogliere tale informazione, piuttosto che cercare di farla tacere. Nessuno sarebbe così stupido da cercare di spegnere la spia della benzina perché gli dà fastidio quella lucina che si accende o quel “beep” che ascolta quando l’auto va in riserva!

Un percorso psicoterapeutico che voglia rivelarsi di profondo impatto deve aiutare il paziente a trasformare le prorie emozioni spiacevoli in risorse, soprattutto quelle che lo hanno accompagnato come una presenza indesiderata nel corso della sua vita, la qual cosa dovrebbe rappresentare il reale significato di “gestire le emozioni”.