Elaborazione del trauma: accade tutto “là fuori”?

Se ci accadesse qualcosa di molto spiacevole, quell’evento costituirebbe necessariamente un trauma psicologico? Anche se siamo propensi a rispondere affermativamente, la risposta corretta è “non necessariamente”. Un evento e le conseguenze che esso può indurre in noi non sono esattamente la stessa cosa. Questa differenza è quanto rende possibile l’elaborazione del trauma.
Esistono esperienze potenzialmente traumatiche come un lutto, una violenza o un incidente subiti, una grave perdita, una minaccia alla propria incolumità, che possono avere effetti anche molto pesanti. Tuttavia persone diverse reagiscono allo stesso tipo di evento in modi molto diversi. Le statistiche ci dicono che circa solo il 20% delle persone coinvolte in un incidente sviluppano un Disturbo da Stress Post-Traumatico.
Per comprendere come si possa elaborare un trauma occorre sapere come si crea. In particolare occorre chiedersi “Che cosa è accaduto nel mondo interno di quella persona in seguito a ciò che è accaduto?”.
Evento traumatico e trauma psicologico sono la stessa cosa?
Nel linguaggio quotidiano utilizziamo spesso la parola “trauma” per indicare un evento particolarmente doloroso o fonte di grande stress, anche se sul piano psicologico è necessario distinguere l’evento quale dato oggettivo e l’esperienza soggettiva di quell’evento.
Ciò non significa minimizzare l’accaduto, significa riconoscere che le conseguenze psicologiche dipendono non solo dal fatto in sé, ma soprattutto dal significato che vi abbiamo attribuito, oltre che da quanto immaginiamo potrà accadere. Il trauma non può quindi essere compreso appieno osservando soltanto l’evento esterno: è necessario considerare la relazione tra l’evento e la persona che lo ha vissuto.
Perché lo stesso evento può produrre conseguenze differenti?
Immaginiamo due persone che sono state coinvolte nello stesso grave incidente stradale. Entrambe hanno vissuto oggettivamente una situazione drammatica. Dopo qualche tempo, tuttavia, una riesce a riprendere la propria vita mentre l’altra evita di guidare, vive un’intensa attivazione emotiva quando sale su un’automobile e percepisce il mondo come un luogo pericoloso.
A fronte dello stesso evento le conseguenze psicologiche non lo sono. Che cosa ha fatto la differenza? La risposta si articola su due piani strettamente collegati: il primo è quello del significato attribuito all’evento, il secondo è quello del modo in cui è stato gestito lo stato emotivo che lo ha accompagnato. Nel caso dell’incidente, se il significato attribuito appare improntato alla propria reale o solo presunta responsabilità, lo stato emotivo potrà essere di colpevolezza: si tratta di due poli che tenderanno ad autoalimentarsi piuttosto che a sciogliersi.
Gli esseri umani non si limitano a registrare ciò che accade come farebbe una videocamera. Lo interpretano. Se l’evento appartiene al passato il significato attribuitogli continua ad agire nel presente, creando una condizione emotiva che rappresenta il nocciolo del trauma. Questo però non significa che la persona abbia volontariamente “creato” il proprio trauma.
Elaborazione del trauma e gestione delle emozioni
Sulla base dell’interpretazione che ne diamo, un evento può suscitare paura, rabbia, dolore, senso di impotenza, vergogna, senso di colpa, disgusto e numerose altre reazioni emotive. Di regola, consideriamo le emozioni spiacevoli qualcosa di negativo che deve quindi essere eliminato. Se però pensiamo alle emozioni come a forme di “energia psichica” ci rendiamo conto che la loro eliminazione non risulta possibile: l’energia, infatti, non si crea né si distrugge.
A quel punto sarà come comprimere un palloncino tentando di eliminare il fluido che esso contiene, ottenendo come unico risultato l’aumento della pressione interna, a fronte del fatto che la quantità di tale fluido rimarrà costante. Una volta superata la soglia di contenimento si avrà, infine, l’esplosione del palloncino stesso.
Gli stati emozionali sono innanzitutto risposte adattive a quanto accade là fuori. Anche se oggi tali risposte non si dimostrano più necessarie, questo è il modo in cui continuiamo a funzionare, giacché la civilizzazione corre più in fretta rispetto all’evoluzione biologica. Da qui deriva la necessità di gestire la sfera emotiva, piuttosto che cercare di eliminarla o contrastarla!
Quando combattiamo ciò che proviamo l’elaborazione del trauma diventa difficile se non impossibile. Alla sofferenza originaria potranno, infatti, aggiungersi le indesiderate conseguenze di un tentativo destinato al fallimento, destinato a generare effetti collaterali più o meno pesanti: non bisogna dimenticare che la parola “patologia” deriva da quella greca pathos, che significa sofferenza.
Quando la sofferenza che proviamo non viene opportunamente accolta, come nel caso dicessimo a noi stessi “Non dovrei sentirmi così”, essa tenderà a manifestarsi attraverso una qualche forma sintomatica.
La trappola del “Devo essere forte”
La nostra cultura ci offre alcune tipiche strategie atte ad affrontare le emozioni spiacevoli: “Fai finta di niente”, “Cerca di non pensarci”, “Distraiti”, “Pensa a qualcosa di bello”, “C’è chi sta peggio di te”, tra cui anche il classico “Devi essere forte”. La forza andrebbe eventualmente impiegata contro un nemico esterno, non certo contro qualcosa che fa parte della nostra stessa natura come appunto le emozioni.
Facendo braccio di ferro con sé stessi abbiamo due possibilità: o perdiamo o vinciamo, anche se in questo caso vincere significa comunque perdere. Sono frasi spesso pronunciate con le migliori intenzioni, ma che cosa comunicano implicitamente? “Ciò che senti non dovrebbe esistere”. Le persone iniziano così a considerare il proprio dolore, la propria sofferenza come un nemico da combattere.
Elaborazione del trauma non significa dimenticare quanto è accaduto
Quando parliamo di elaborazione del trauma, l’espressione può essere fraintesa. Non significa “cancellare” il ricordo, dimenticare ciò che è accaduto o la persona scomparsa. Elaborare un trauma significa integrare quell’esperienza nella propria storia senza continuare a soffrire, senza continuare a viverla come se stesse accadendo nel presente. Il ricordo può rimanere. Ciò che può cambiare è il rapporto che abbiamo con quel ricordo e l’effetto emotivo.
In caso della perdita di una persona importante, ciò che sentiamo potrà trasformarsi da profonda sofferenza a naturale senso di malinconia, preservando ciò che era e che è tuttora prezioso, ossia il legame di affetto. In questo caso, è come se la persona scomparsa continuasse a vivere nel nostro mondo interno.
Accettare l’emozione legata al trauma non significa “arrendersi”
Una distinzione fondamentale riguarda il significato della parola accettazione. Accettare di provare uno stato emozionale spiacevole o vero e proprio dolore non significa arrendersi di fronte alle difficoltà che ci si parano di fronte nella vita, in altre parole ciò che definiamo “essere deboli”. Si tratta di un’equazione non solo sbagliata, ma che potrebbe avere conseguenze alquanto indesiderate.
Accettare il dolore non significa affatto “continuare a soffrire”, quanto piuttosto lasciare che il processo di trasformazione che la Natura ha previsto faccia il suo corso. Tale processo viene bloccato dal rifiuto. Allo stesso modo, accettare la rabbia non significa comportarsi aggressivamente, bensì riconoscere che si tratta di una reazione interna naturale, il che ci permetterà di sospendere il fatidico “Non dovrei sentirmi…”. Paradossalmente, il tentativo di eliminare una certa emozione contribuisce a mantenerla accesa, spingendoci a concentrare su di essa la nostra attenzione.
Le due fondamentli fasi dell’elaborazione del trauma
Il lavoro sul trauma non consiste semplicemente nel raccontare ciò che è successo. Significa prima di tutto comprendere che cosa e come quell’esperienza continua a vivere nel nostro presente. Anche se certamente esistono variabili individuali, l’elaborazione del trauma deve necessariamente passare attraverso due fasi: la prima è la ristrutturazione del modo di pensare a quanto è accaduto, come per esempio nel caso di “È stata colpa mia”, la seconda riguarda invece l’accoglimento della forma di sofferenza che vi si accompagna.
Ricordo il caso di una mia paziente che si sentiva perseguitata dal ricordo di un incidente in cui era rimasta coinvolta vent’anni prima, quando era ancora una ragazzina. Nonostante il padre le avesse categoricamente proibito di salire in auto con qualcuno che avesse bevuto, un giorno si trovò in gita in montagna con amici e, colui che era alla guida, a pranzo aveva bevuto troppo. In breve, questi iniziò a guidare in modo spericolato finendo fuori strada.
Si trattò di un incidente terribile. La paziente fu sbalzata fuori dall’auto rompendo il parabrezza, per ritrovarsi sull’asfalto con il cranio fratturato. Questo episodio aveva continuato a perseguitarla, finché la guidai nel riviverlo facendo emergere il senso di colpa (“Non avrei dovuto disobbedire a mio padre!”) assieme alla salda convinzione di essere colpevole. Accolto il senso di colpa e ristrutturata tale convinzione il trauma fu finalmente elaborato: al termine di questo lavoro, durato non più di mezz’ora, riusciva a ripensare all’accaduto senza più riviverlo come un “trauma”.
Il lavoro che facemmo non cancellò affatto il ricordo dell’incidente, lo aveva semplicemente ripulito da ciò che lo rendeva traumatico. Si tratta dell’obiettivo dell’elaborazione del trauma: non cancellare il passato, ma impedire che il passato continui ad agire come se fosse presente.
Un percorso psicoterapeutico volto all’elaborazione del trauma aiuta prima di tutto la persona a separare il fatto traumatico dall’elaborazione interna avvenuta successivamente, agendo quindi su quest’ultim accogliendo le emozioni spiacevoli e le convinzioni elaborate su tale base.
