Disturbi del comportamento alimentare: il cibo diventa protagonista

Perché alcune persone mangiano molto più di quanto vorrebbero, fino a perdere il controllo? E perché altre arrivano invece a limitare drasticamente la quantità di cibo, vivendo questa rinuncia non come un problema ma talvolta come un obiettivo da perseguire con meticoloso impegno? Si parla in questi casi di disturbi del comportamento alimentare, oggi purtroppo molto diffusi.
Tali disturbi comprendono condizioni anche molto differenti, che non possono essere ascritte a un’unica causa. Anoressia nervosa, bulimia nervosa, disturbo da binge eating e altre forme di alterazione del comportamento alimentare presentano caratteristiche e dinamiche diverse. Esiste tuttavia una domanda che può aiutarci a comprenderne la dimensione psicologica: che cosa stiamo cercando di fare attraverso il cibo?
Mangiare, non mangiare, abbuffarsi, controllare rigidamente l’alimentazione o ricorrere a condotte compensatorie possono assumere significati che vanno ben oltre la semplice necessità di nutrirsi. Si tratta di comportamenti sintomatici che rimandano a radici psicorelazionali diverse.
Disturbi del comportamento alimentare: quando il cibo smette di essere soltanto cibo
Normalmente mangiamo perché abbiamo fame e smettiamo quando siamo sazi. Ma sappiamo bene che il nostro rapporto con il cibo non risponde esclusivamente a esigenze biologiche. Mangiamo anche per piacere, mangiamo per festeggiare. Possiamo mangiare quando ci sentiamo annoiati, soli, tristi, arrabbiati o sotto stress. Allo stesso modo, possiamo rifiutare il cibo, controllarlo rigidamente o utilizzare il peso corporeo come terreno sul quale esercitare una rigida forma di controllo.
Nei disturbi alimentari, il rapporto con il cibo può quindi diventare il luogo nel quale trovano espressione bisogni, emozioni, conflitti e modalità di relazione con noi stessi e con gli altri. Il disturbo del comportamento alimentare rappresenta allora soltanto una parte del problema, lo schermo di proiezione di ben altro.
Il sintomo come parte visibile di un processo più profondo
Immaginiamo le emozioni e gli impulsi come una sorta di fiume che scorre nel nostro mondo interno. Quando accettiamo ciò che proviamo, il fiume può continuare a scorrere senza grossi intoppi, ma quando invece condanniamo determinate emozioni, impulsi o bisogni e cerchiamo sistematicamente di respingerli, è come se costruissimo una diga che blocca il loro naturale corso. Ma costruire una diga non fa scomparire il fiume.
La pressione aumenta e l’acqua cerca altre vie di scorrimento. Da questa prospettiva, alcuni sintomi possono essere considerati modalità indirette attraverso le quali un flusso di energia psichica cerca comunque di manifestarsi e di esprimersi. Anche il comportamento alimentare può diventare una delle vie alternative di espressione.
Mangiare troppo: che cosa stiamo cercando nel cibo?
Non tutte le persone che mangiano troppo lo fanno per gli stessi motivi. In alcuni casi prevale la ricerca del piacere e della gratificazione. Alimenti particolarmente gratificanti come il cioccolato e i dolci possono diventare una forma immediatamente disponibile di consolazione. Possiamo utilizzare l’immagine del “goloso”: la persona non cerca soltanto nutrimento, ma qualcosa di piacevole capace di riempire momentaneamente una certa carenza, come accade per quella affettiva.
Il cibo diventa allora qualcosa che consola, rassicura e riempie, qualcosa che colma un vuoto, almeno momentaneamente e almeno in apparenza. Questo naturalmente non significa che desiderare dolci riveli automaticamente una carenza affettiva. Significa piuttosto che, in alcune persone, il comportamento alimentare può svolgere una funzione compensativa che merita di essere riconosciuta e compresa.
Quando mangiare diventa un impulso difficile da controllare
Esiste poi una modalità completamente diversa. La persona può ingerire rapidamente grandi quantità di cibo-spazzatura, talvolta senza assaporarlo realmente e sperimentando una sensazione di perdita di controllo. Potremmo rappresentarla metaforicamente attraverso l’immagine del “pescecane”: non si tratta tanto di gustare il cibo, quanto di “divorarlo”.
In questo caso il comportamento assume caratteristiche differenti dalla semplice ricerca del piacere. In alcune persone può rappresentare una modalità attraverso la quale viene espressa una pulsione aggressiva, qualcosa che ha a che fare con la rabbia e aggressività, altrimenti inespresse.
Ma anche qui è fondamentale evitare equivalenze semplicistiche: un’abbuffata non significa automaticamente aggressività repressa. La domanda clinicamente interessante è un’altra: che funzione svolge quel comportamento per quella specifica persona? Esistono, infatti, diverse forme del “mangiar troppo”.
Nel disturbo da binge eating episodi del genere tendono a ripetersi senza le regolari condotte compensatorie caratteristiche della bulimia nervosa, mentre in quest’ultima alle abbuffate ricorrenti si associano comportamenti compensatori volti a contrastarne gli effetti. Dietro comportamenti apparentemente simili possono quindi celarsi dinamiche psichiche in qualche modo e misura differenti.
Mangiare troppo poco: quando controllo e rinuncia diventano obiettivi
Radicalmente diverse appaiono le condotte improntate alla restrizione dell’alimentazione. Qui incontriamo un elemento psicologicamente molto importante. Chi soffre perché mangia troppo può riconoscere il proprio comportamento come qualcosa di problematico e desiderare cambiarlo. Le forme restrittive, invece, possono essere vissute come coerenti con i propri obiettivi: perdere peso, controllare il corpo, mangiare sempre meno o raggiungere determinati standard può diventare qualcosa da perseguire con straordinaria determinazione.
Si tratta, in altre parole, di una sfida che si deve vincere a tutti i costi, anche a rischio della propria salute se non anche della propria vita. È una differenza fondamentale. Ciò che dall’esterno appare come il problema può essere vissuto dall’interno come la soluzione di una condizione relazionale non più sostenibile.
Anoressia: quando il sintomo viene vissuto come soluzione
Nell’anoressia nervosa, il problema non può essere ridotto semplicemente al “mangiare troppo poco”. Il controllo dell’alimentazione, del peso e del corpo può assumere significati relazionali e psicologici complessi e inserirsi all’interno del modo in cui la persona percepisce se stessa e il rapporto con figure significative della propria infanzia.
Per questo motivo non è sufficiente chiedersi “Perché non mangia?”. Occorre piuttosto domandarsi “Che cosa significa, per questa persona, riuscire a non mangiare a sufficienza?”. Nel primo caso osserviamo soltanto il comportamento, mentre nel secondo iniziamo a cercarne la funzione e il significato.
Non esiste una spiegazione uguale per tutti i disturbi del comportamento alimentare
Anche se due comportamenti apparentemente identici possono svolgere funzioni per certi versi differenti, esiste comunque un comune denominatore. Se così non fosse, a fronte di decine di milioni di malati non vi sarebbero solo poche decina di etichette diagnostiche! Il sintomo è ciò che vediamo. La domanda più importante riguarda ciò che quel sintomo significa nella storia e nel mondo interno di quella persona.
Un percorso psicoterapeutico può aiutare a riconoscere quale significato la persona stia attribuendo al cibo, significato che si discosta vistosamente dal bisogno biologico legato alla nutrizione: per quale motivo mangi troppo o troppo di frequente o troppo male o mangi troppo poco, in altre parole per quale motivo si sia attivato questo campanello di allarme.
