Si può guarire?

Si può guarire dall’ansia? Dalla depressione? Dagli attacchi di panico, dai disturbi del comportamento alimentare o dai disturbi psicosomatici? È probabilmente una delle domande più importanti per chi sta attraversando un periodo di disagio psicologico. E dietro questa domanda se ne nasconde spesso un’altra: “Dovrò convivere con questo problema per tutta la vita?”

Siamo nati così?

La domanda che può suggerire una valida risposta alle precedenti è però “Sono nato con queste patologie?”. Se la risposta fosse affermativa finiremmo per considerare la malattia o il disagio psichico come una sorta di “destino malevolo”, la volontà di qualche divinità che ce l’ha con noi o altre amenità del genere.

Anche se la medicina per certi versi ci ha abituati a una visione del genere, nella realtà dei fatti il disagio e la malattia non appaiono in linea con la nostra natura di esseri umani, volta al benessere profondo e alla felicità. Se fossi un costruttore di aeroplani e mancassi di considerare la gravità nei calcoli necessari alla costruzione delle mie macchine volanti, sapendolo nessuno si azzarderebbe certo a volarci!

Il problema è che oggi la medicina, la psichiatria e con esse la psicoterapia stessa sembrano aver dimenticato ciò che non può essere dimenticato: le leggi della Natura, in particolare della nostra natura umana. A fronte dei tanto decantati progressi del nostro apparato terapeutico, la realtà statistica è la progressiva cronicizzazione delle patologie più importanti, prima fra tutte quelle oncologiche (vedi l’immuno-oncologia in campo medico).

La differenza tra curare e guarire

Dobbiamo, dunque, distinguere due parole che utilizziamo spesso come sinonimi: curare e guarire. Si tratta della stessa cosa? Curare è un processo che come tale non ha necessariamente una scadenza predeterminata, come ce l’ha il latte. Guarire è invece un possibile quanto desiderabile esito di tale processo giunto a buon fine. Oggi medicina e psichiatria sono certamente in grado di “curare” le diverse malattie e le più svariate forme di disagio psichicoloco, ma sono allo stesso modo in grado di “guarirle”?

La cura riguarda ciò che facciamo per affrontare un problema: psicoterapia, eventuali trattamenti farmacologici quando indicati, cambiamenti comportamentali, interventi sulle relazioni e sullo stile di vita o altre strategie appropriate alla specifica situazione. La guarigione, o più precisamente in molti contesti clinici la remissione della malattia, riguarda invece la significativa riduzione o scomparsa dei sintomi e il recupero del naturale funzionamento e del proprio benessere personale.

La Terapia dei Nuclei Profondi

La Terapia dei Nuclei Profondi considera la remissione della malattia cosa diversa dalla guarigione: qust’ultma rappresenta, infatti, il risultato del cambiamento di ciò che il sintomo, sia esso di interesse medico o psicologico, ci segnala come contrario alla nostra natura come esseriumani, con particolare riferimento al nostro modo di pensare e di sentire.

Parlando di psicoterapia, si tratta di un’attività che detiene certamente un primato, che la rende differente da qualsiasi altra attivià umana: le persone sono spesso disposte a preseguire per anni e anni senza ottenere significativi risultati. Tale disponibilità non si osserva nemmeno in medicina! Saremmo disposti ad aspettare tre, cinque, dieci anni per guarire dal mal di pancia? La domanda importante non è quindi “Da quanto tempo sono in terapia?” quanto piuttosto “Che cosa sta cambiando in me?”.

Curare la malattia o guarire il malato?

Quando una persona soffre da tempo di un certo disturbo può iniziare a pensare: “Sono fatto così”. Ma essere una persona e presentare un problema sono due cose differenti. Si tratta di un cambiamento di prospettiva importante: dal curare la malattia al guarire il malato. Se trasformiamo il problema in ciò che siamo rischiamo di cronicizzarlo, rendendolo una caratteristica della nostra persona, della nostra natura come esseri umani, il che rappresenta la madre di tutti gli errori.

Se invece iniziamo a considerarlo qualcosa che sta accadendo, il risultato di determinati meccanismi  possiamo cominciare a domandarci come intervenire su quei meccanismi, piuttosto che rassegnarci per il presunto fatto che “siamo fatti così”.

Ansia, attacchi di panico, depressione, disturbi del comportamento alimentare così come i problemi e le difficoltà che si presentano sul piano relazionale e le malattie somatiche rappresentano semplicemente i risultati della deviazione dalle leggi che governano la nostra natura, come se qualcuno volesse costruire un aereo senza tener conto della gravità.

Non esistono due disturbi perfettamente uguali

Qui arriviamo a un punto fondamentale. Appare lecito affermare che due persone che hanno la stessa diagnosi sono affette dalla stessa identica malattia? Sarebbe, inoltre, legittimo pensare che tutte le persone che fumano, sono sotto stress, non fanno movimento, mangiano cibi ricchi di colesterolo sono destinate a subire un infarto al miocardio?

Sedotti dalla statistica verrebbe da rispondere affermativamente, sulla base del fatto che le probabilità basate sui fattori comuni lo suggeriscono. se però vogliamo guarire il malato e non limitarci a curare la malattia dobbiamo focalizzarci sulle differenze. Non tutti, per esempio, reagiscono allo stesso modo allo stesso farmaco così come un dato farmaco può presentare effetti terapeutici, nulli, collaterali nonché paradossali su persone diverse.

Abbiamo, per esempio notato, che certe malattie compaiono in seguito ad eventi ad alto potenziale stressogeno (il che è quanto ha indotto i medici ad attribuire allo stess l’insorgere della malattia). Ma perché lo stress genererebbe una certa malattia in una persona e altre malattie in altre, mentre in alcuni nessuna malattia? Si tratta delle differenze individuali, spesso non tenuti in debita considerazione: mentre sul piano somatico si possono notare ricorsività, fattori in comune, la sfera psicologica ci suggerisce invece le differenze che fanno la differenza.

Dalla diagnosi alla persona

Una diagnosi può essere utile per classificare un insieme di sintomi e orientare la valutazione e il trattamento. Ma sapere che una persona presenta un “disturbo d’ansia” non significa ancora sapere perché quella particolare persona presenta quei sintomi.

Il passaggio decisivo è smettere di domandarci “Come si cura il disturbo d’ansia?” e iniziare a chiederci “Come funziona il disturbo d’ansia di questa persona?”, Che cosa lo attiva? Che cosa pensa quando compare? Che cosa prova? Che cosa fa per cercare di controllarlo? Quali relazioni contribuiscono a mantenerla? Che cosa è accaduto quando il problema è iniziato? Passiamo così dall’astrazione che connota l’intera categoria alla concretezza della persona in carne e ossa.

Occorre comunque tener presente che la salute psicologica non consiste nell’eliminazione delle emozioni spiacevoli. L’obiettivo non può essere diventare esseri umani che non provano più ciò che gli esseri umani naturalmente provano. A monte di tali considerazioni dobbiamo pensare che ciò che è piacevole o spiacevole non dipende dalla cosa, dall’emozione in sé bensì dalla sua intensità.

La riprova l’abbiamo ogni sera, quando il nostro “entertainment” è fatto proprio delle situazioni più drammatiche, più temute, più sconvolgenti che possiamo immaginare: sto ovviamente parlando dei film che tanto ci appassionano.