La Pedagogia del benessere: luci e ombre sull’attuale modo di educare   

Il crescente disagio psicologico che sta affliggendo i giovani può essere posto in relazione al fatto che la nostra società appare un grande parco senza giardinieri. Se da una parte i genitori sono impegnati dalla mattina alla sera nel loro lavoro, dall’altra gli insegnanti non sono formati come pedagogisti.

Come se non bastasse, la scuola è sempre più connotata da un’impronta autoritaria nonché moralistica, che pare puntare tutto o quasi sull’estensione del giudizio piuttosto che sulla relazione empatica, in totale contrasto con i principi cardine della Pedagogia del benessere. Il risultato è che l’ansia e le diverse forme di disagio psicologico appaiono in rapida espansione. Occorre quindi correre al più presto ai ripari restituendo alla nostra società la funzione pedagogica che ne è necessariamente alla base.

Di seguito vengono riportati in corsivo alcuni stralci tratti dall’eBook La Pedagogia del benessere: luci e ombre dell’attuale modo di educare.

“La teoria inflazionistica (dal latino inflatio, ossia “gonfiare”) sulla creazione dell’universo ipotizza che subito dopo il Big Bang il baby universo abbia attraversato una fase di espansione estremamente rapida. Oggi la nostra società mostrerebbe questa stessa tendenza espansionistica in modo però deteriore, giacché la progressiva accelerazione delle sue dinamiche pare in evidente contrasto con il benessere dell’essere umano”.

Lo sviluppo della ricerca procede in senso soprattutto tecnologico: mentre elettronica, meccanica, informatica e intelligenza artificiale fanno passi da gigante, le materie umanistiche, con particolare riferimento all’intelligenza emotiva, sono relegate al ruolo di parente povero. Quanto sia grande il bisogno di una pedagogia che si ponga come obiettivo il benessere dell’individuo, iniziando proprio dai soggetti in età evolutiva, ce lo dicono le statistiche.

“In occasione del 23esimo congresso dell’EPA, l’European Psychiatric Association, tenutosi a Vienna nel 2015, è emerso che la patologia psichiatrica rappresenta la sfida del terzo millennio, con gli attuali 165 milioni di pazienti su una popolazione di 514 milioni, il che corrisponde alla percentuale del 38,2%. Si prevede che nel 2030 i disturbi mentali saranno le malattie più frequenti nel mondo, un quadro drammatico che li vede collocarsi sul gradino più alto della scala della disabilità (26,6%), considerata nei termini degli anni persi per mortalità precoce o vissuti in malattia (vedi l’indice DALY, Disability-adjusted life year)”.

Per avere una vaga idea di quanto drammatica sia la situazione e, parallelamente, di quanto sia impellente il bisogno di adottare i principi propri della Pedagogia del benessere, occorre riferirsi alla velocità che il processo di cronicizzazione delle forme di patologia di interesse medico e psichiatrico sta mostrando in relazione alle diverse fasce di età. Consideriamo in particolare due periodi: dal 2005 al 2012 e dal 2012 al 2017…

“Possiamo notare che nei due periodi considerati la velocità assunta dal processo di cronicizzazione appare massima per le fasce di età rispettivamente 25-34 e 15-24, fasce che corrispondono (soprattutto la seconda) alla massima efficienza del sistema immunitario (dall’adolescenza fino a circa cinquant’anni), per poi decrescere progressivamente procedendo verso gli over 75”.

Il maggior numero di forme di cronicizzazione nella fascia di età adolescenziale riguarda i disturbi psichici, i quali sappiamo essere legati a doppio filo con i modelli relazionali precoci. Mentre la ricerca in ambito sanitario continua ad espandersi nella dimensione del sempre più piccolo, dei meccanismi cellulari, molecolari e genetici di matrice comunque biologica, si continua a ignorare la dimensione umana nella sua totalità e complessità. Quando il domatore addestra la tigre del circo a saltare attraverso il cerchio di fuoco…

“Lo fa nell’interesse della tigre o soprattutto se non esclusivamente del proprio? Si tratta evidentemente del secondo motivo, per il semplice fatto che la tigre tende naturalmente a stare lontana dal fuoco e saltarci attraverso non costituisce affatto un suo innato bisogno. In modo per certi versi analogo, molti comportamenti che i genitori impongono ai propri figli non sono direttamente finalizzati al loro benessere e volti a soddisfare i loro bisogni, bensì le richieste più o meno contronatura della società in cui viviamo”.

La Pedagogia del benessere deve necessariamente tenere in grande considerazione gli ambiti relazionale, motivazionale e cognitivo.

“Il ‘mestiere’ del genitore si rivela uno dei più difficili per il fatto che richiede di assumere un assetto comunicativo-relazionale variabile. Se nei primi anni di vita il bambino ha bisogno di una figura di riferimento che rappresenti una sorta di divinità onnipotente, con il passare del tempo altri aspetti del genitore vanno acquistando via via importanza”.

A questo punto occorre chiedersi quale sia la cosa più importante nell’educazione.

“Quando nasciamo ci troviamo in quella condizione che Margaret Mahler chiamò ‘fase di autismo normale’, uno stato di grazia caratterizzato da totale appagamento, dal quale usciremo gradualmente attratti dal mondo esterno. È il nostro stato naturale, al quale tenderemo per tutta la nostra esistenza senza però rendercene conto”.

Questo è il vero obiettivo della Pedagogia del benessere: favorire lo stato di naturale benessere che ci attende silente nel profondo del nostro mondo interno, nei nostri figli come in ogni essere umano: si tratta forse dell’obiettivo meno considerato dall’educazione tradizionale.

Puoi approfondire l’argomento leggendo il mio eBook, che offre una visione d’insieme della pedagogia mettendo in luce gli aspetti che occorre cambiare, nell’interesse di genitore e figli.