Bullismo e disagio giovanile – Introduzione

Il presente libro si fonda sulla considerazione secondo cui il bullismo e la violenza giovanile oggi dilaganti non rappresentano “problemi da risolvere” oppure “fenomeni da combattere”, più di quanto non lo sia la spia che si accende sul cruscotto della nostra auto quando stiamo esaurendo il carburante.

Si tratta, appunto, di spie che ci avvertono della condizione di grave malessere in cui versano i giovani di oggi, esattamente come lo sono l’ansia, le sindromi depressive, i disturbi del comportamento alimentare o di altra natura. Nella nostra società abbiamo la cattiva abitudine di voler “combattere” tutto ciò che non ci piace: le malattie, la povertà, l’analfabetismo, l’omofobia, la violenza di genere, la disinformazione e chi più ne ha più ne metta.

Tale atteggiamento si pone in alternativa alla comprensione di ciò che ci si accinge a combattere: se ne conoscessimo l’origine non avrebbe senso combatterlo ma sarebbe necessario cercare un rimedio alla radice.

Sorge quindi la semplice domanda: come si fa a risolvere un problema di cui non si conosce l’origine? Se pensiamo al bullismo come una delle tante manifestazioni del carattere conflittuale che connota la nostra cultura, possiamo comprendere che fronteggiarlo adottando la stessa logica che lo contraddistingue, quella cioè del conflitto sul piano relazionale, equivale a cercare di spegnere il fuoco con la benzina!

Il bullismo, quale forma di patologia della relazione, mette in evidenza un fatto di cui nessuno parla e che pochi sono disposti a riconoscere: nella nostra società la funzione pedagogica appare attualmente inesistente o quasi.

Dai due-tre anni in avanti il tempo di miglior qualità dal punto di vista educativo (spesso dalle 7-8 del mattino fino al tardo pomeriggio) è appannaggio degli insegnanti. Mentre i genitori sono impegnati nel perseguire il difficile obiettivo della sopravvivenza, quello degli insegnanti consiste nel prendersi cura dei loro figli.

A fronte di tale dato di fatto, molti insegnanti dichiarano apertamente di essere didatti e non educatori, come se un medico affermasse di non essere un medico perché si occupa solo dell’apparato gastrointestinale. L’affermazione suonerebbe paradossale per il fatto che la gastroenterologia rappresenta una particolare specializzazione della professione medica, ma pur sempre parte di essa. Allo stesso modo la didattica rappresenta un particolare aspetto della pedagogia, che si articola appunto in genitorialità e didattica.

Il presente testo intende prima di tutto identificare gli aspetti della didattica che rappresentano fattori di rischio in relazione al disagio giovanile, che viene a esprimersi, tra le altre, nella forma sintomatica di bullismo e violenza. Il testo suggerisce quindi come introdurre i fattori di protezione che paiono mancare, al fine di attuare una prevenzione e, per quanto possibile, una sorta di “cura”.

Se da una parte la radice di ogni comportamento, buono o cattivo, adattivo o disadattivo che sia, è rappresentata dal modo di pensare, dall’altra la scuola dovrebbe (il condizionale purtroppo è d’obbligo) rappresentare la culla del modo di pensare dei futuri cittadini, in altre parole l’ambiente di sviluppo della sfera cognitiva.

In tale prospettiva gli insegnanti potrebbero e dovrebbero rivelarsi figure chiave per l’attuazione di un progetto di prevenzione-cura che esuli dalla “psichiatrizzazione”, una forma di prevenzione che coincida con la didattica e proceda nella direzione del ripristino della funzione pedagogica in seno alla nostra società, generando risultati che potrebbero rivelarsi al di sopra delle aspettative.