Bullismo e disagio giovanile: la scuola come ente di prevenzione primaria 

Si tratta di una delle diverse forme della violenza dilagante, che sta ormai assumendo proporzioni epidemiche coinvolgendo anche i più giovani. La domanda è quindi: il bullismo rappresenta un problema da risolvere, un comportamento da reprimere facendo ricorso alla consueta strategia sanzionatorio-repressiva o, piuttosto, il segnale di un imminente collasso sociale?

Come accade per la violenza contro le donne, bullismo e disagio giovanile mettono in luce l’impotenza delle autorità nel risolvere le questioni che vi stanno a monte. Viene, dunque, da chiedersi se la scuola non dovrebbe assumersi il ruolo di ente di prevenzione primaria di questo “male oscuro”, che sta contagiando sempre più giovani e giovanissimi.

Di seguito vengono riportati in corsivo alcuni stralci tratti dall’eBook Bullismo e disagio giovanile: la scuola come ente di prevenzione primaria.

“Bullismo e violenza giovanile oggi dilaganti rappresentano sul cruscotto della nostra società. Abbiamo la cattiva abitudine di ‘combattere’ tutto ciò che non ci piace, le malattie, la povertà, l’analfabetismo, l’omofobia, la violenza di genere, la disinformazione e chi più ne ha più ne metta, anche se tale atteggiamento si oppone alla comprensione delle radici di ciò ci accingiamo a combattere. Sorge così la domanda: come si fa a risolvere un problema di cui non si conosce l’origine?”

Sembra che in ambito istituzionale a nessuno interessi capire le radici profonde dei problemi che oggi affliggono i giovani: si cerca, infatti, di applicare soluzioni di natura puramente sintomatica. La giornata contro il bullismo, l’organizzazione di conferenze e dibattiti sul tema, istituire l’educazione al rispetto, assieme alla miriade di iniziative mordi-e-fuggi. Le statistiche denunciano, infatti, l’aumento del fenomeno. Riconoscere tali radici significherebbe rendersi conto del fatto che la nostra società è parte in causa nella genesi dei problemi che dichiara di voler combattere.

“Nessuno parla e pochi sono disposti a riconoscere che nella nostra società la funzione pedagogica appare attualmente quasi inesistente. Dai due-tre anni in avanti il tempo di miglior qualità dal punto di vista educativo (spesso dalle 7-8 del mattino fino al tardo pomeriggio) è appannaggio degli insegnanti, mentre i genitori sono impegnati nel perseguire il difficile obiettivo di sbarcare il lunario. Molti insegnanti dichiarano, peraltro comprensibilmente, di essere didatti e non educatori”

Dato però che la didattica rappresenta un particolare aspetto della pedagogia, è come se un medico affermasse di non essere medico perché si occupa solo dell’apparato gastrointestinale o di quello cardiocircolatorio. Si confonde così la parte con il tutto e il tutto con la parte. La latitanza della nostra società sul piano educativo potrebbe rappresentare almeno una delle fondamentali radici del crescente disagio giovanile da cui deriva la violenza, e che la scuola dovrebbe, di conseguenza, assumersi il ruolo di ente preposto alla funzione educativa. Ciò che impedisce oggi a questa istituzione di svolgere questo compito risiede in tre diverse “piaghe”, che corrispondono ad altrettanti “ismi”: autoritarismo, moralismo, nozionismo.

“In totale dispregio di quanto Freud affermò a proposito delle due forze che animano la nostra psiche profonda, la pulsione di vita che si manifesta nella forma di libido (i diversi modi in cui ricerchiamo il piacere) e quella di morte che si manifesta nelle diverse forme di aggressività, la nostra cultura sembra aver idealizzato il piacere legato alla prima e obliterato la seconda. Ciò accade almeno nei proclami ufficiali, giacché quello che pare essere buttato fuori dalla porta finisce per rientrare dalla finestra. Ogni giorno siamo pronti a stigmatizzare la violenza, a fronte poi del fatto che, una volta calata la sera, davanti al magic box la eleggiamo a indiscussa protagonista del nostro ‘entertainment’. Si tratta di un atteggiamento a dir poco schizofrenoide”.

I comportamenti aggressivi vengono riproposti in tutte le salse, in tutte le forme, in tutti o quasi i film del mainstream, senza parlare dei videogames. Dai cartoni fino ai film più impegnati abbiamo così stabilito una tragica quanto paradossale equazione tra divertimento e aggressività, il che non può che avere conseguenze drammatiche soprattutto per i più piccoli. Accanto alle variabili che sarebbero alla radice del bullismo identificate dai diversi studi in materia, il presente lavoro ne propone altre di natura psicosociale quali:

  • il tentativo di evitare le conseguenze dello stress acuto;
  • l’assunzione di una posizione attiva a fronte di violenza subita;
  • la mancanza di sfide e di eroi;
  • l’assunzione di una pseudo-identità a scopo adattivo.

“Decenni addietro, il biologo francese Henri Laborit compì importanti studi sulla correlazione tra stress e patogenesi nei topi, scoprendo quella particolare condizione che definì ‘inibizione dell’azione’. Si tratta dell’impossibilità di reagire con l’attacco o la fuga agli stressor: se un topo viene sottoposto a ripetute scosse elettriche alle quali non può sottrarsi si ammala, ma ciò non accade se ha modo di attaccare un suo simile”.

Per quanto riguarda il primo punto, dato che la scuola rappresenta l’ambiente in cui il bullismo si manifesta con maggiore evidenza, le osservazioni di Laborit suggerirebbe la possibile ipotesi secondo cui l’alto livello di frustrazione che in essa lo studente subisce e alla quale non può sottrarsi favorirebbe l’assunzione di un atteggiamento aggressivo verso i compagni al fine di non “ammalarsi”.

Dover restare seduti per ore su banchi scomodi con pochissimo tempo per la ricreazione, ascoltare l’insegnante parlare di argomenti di scarso o nessun interesse, essere spesso subissati dai compiti a casa che privano lo studente del tempo necessario per il recupero fisico, mentale ed emotivo, sottoporsi alle numerose verifiche con un crescente carico d’ansia, applicare un metodo di studio in contrasto con le acquisizioni scientifiche internazionalmente condivise nell’ambito delle neuroscienze, dell’evoluzione della sfera cognitiva, della teoria della comunicazione per citarne solo alcune, il tutto sapendo che quanto si sta facendo non aprirà probabilmente le porte di alcun futuro lavorativo, tutto ciò rappresenterebbe l’equivalente delle “scosse elettriche” che Laborit somministrava ai suoi topi.

Puoi approfondire l’argomento leggendo il mio eBook, che offre una nuova visione della violenza giovanile in generale e del bullismo in particolare.