Il Metodo Ideografico – Introduzione

Stando ai dati ufficiali, in Italia la dislessia interessa circa il 3–4% dei soggetti in età scolare, mentre i Disturbi Specifici dell’Apprendimento certificati raggiungono percentuali prossime all’8%, numeri con ogni probabilità sottostimati. La dislessia è oggi oggetto di “diagnosi”, la qual cosa rimanda implicitamente a una forma di patologia, in linea con la visione medica del problema.

La legge n. 170 dell’8 ottobre 2010, che riguarda le Nuove norme in materia di disturbi specifici di apprendimento in ambito scolastico, definisce la Dislessia come segue:

“Ai fini della presente legge, si intende per dislessia un disturbo specifico che si manifesta con una difficoltà nell’imparare a leggere, in particolare nella decifrazione dei segni linguistici, ovvero nella correttezza e nella rapidità della lettura”.

 In queste poche righe del testo di legge non si parla di patologia ma di semplici “difficoltà”. Da dove nasce, dunque, l’idea che la dislessia sia una patologia? La risposta deriva prima di tutto dalla sua definizione di “disturbo” (appunto uno dei Disturbi Specifici dell’Apprendimento), termine usato in psichiatria come nel caso del disturbo depressivo, del disturbo manicale, del disturbo ossessivo e via dicendo.

In seconda battuta nasce verosimilmente dalle sue presunte radici biologiche e neurologiche, che lo renderebbero un problema con cui si nasce. A proposito della dislessia e delle sue presunte radici biologiche, genetiche, neurologiche sono stati elaborati tre tipi fondamentali di teorie:

  • psicobiologiche, che prendono in esame le anomalie genetiche che incidono negativamente sulla lettura
  • neurobiologiche, che prendono in esame le disfunzioni neurologiche che incidono negativamente sulla lettura
  • neuropsicologiche, che prendono in esame i riverberi emotivi e cognitivi delle disfunzioni neurologiche legate alla lettura.

Trainate dal primato attribuito ai fattori biologici che caratterizzano l’ambito medico, queste teorie hanno assunto il ruolo di protagoniste nell’elaborazione di ipotesi eziopatogenetiche, anche se come vedremo esiste la possibilità di elaborarne alcune di natura più spiccatamente funzionale, riguardanti in particolare il modo di interfacciarsi dei due emisferi cerebrali sulla base di fattori ambientali.

Tale ipotesi che potrebbero essere integrate con quelle già esistenti offrendo così una più ampia possibilità di recupero, anche se dal mondo della scuola sembra non esservi apertura in tal senso.