Come fermare la violenza contro le donne
Se oggi la violenza sta assumendo una quantità di forme diverse, quella certamente più “pubblicizzata” è la violenza contro le donne. Come accade quasi di regola, nella nostra società i problemi non sono davvero “problemi” ma prima di tutto fonte di profitto per diverse categorie professionali, nonché onde cavalcate da forze politiche al fine di acquisire elettori.
Questo spiegherebbe il motivo per cui si continua a ripetere a tamburo battente “Denunciate, denunciate, denunciate” come se fosse la “soluzione finale”, piuttosto che una strategia che per diversi aspetti si è rivelata fallimentare, com’è evidenziato dai dati ufficiali relativi a quanto è seguito al varo della legge chiamata “Codice Rosso”.
Occorrono, dunque, soluzioni nuove ed efficaci, prive di possibili quanto pesanti effetti collaterali, lontano dai riflettori della demagogia e dal teatrino della politica, qualcosa che non serva a coltivare l’orticello delle diverse forze in campo ma si riveli davvero utile per le donne vittime di violenza.
Di seguito vengono riportati in corsivo alcuni stralci tratti dall’eBook La violenza contro le donne: la prevenzione della violenza di genere.
“Quando oggi si parla di prevenzione della violenza di genere si intende soprattutto – e si potrebbe dire “ufficialmente” – quella che fa capo all’intervento delle autorità, con particolare riferimento all’azione delle forze di polizia e della magistratura, come se ciò corrispondesse in modo diretto alla protezione della vittima. Con questo non si vuole sostenere che si debba o non si debba denunciare, quanto piuttosto mettere in evidenza che se l’intervento delle forze dell’ordine può essere più o meno immediato, quello della magistratura ha limiti precisi: bisogna aspettare i risultati delle indagini, non viene data una scorta e nemmeno assegnata d’ufficio una casa protetta”.
Se considerassimo il denunciare una forma di prevenzione contro la violenza, ci troveremmo di fronte al paradosso per cui l’unico modo di “prevenirla” comporterebbe aspettare che venga in qualche modo e forma perpetrata (anche se solo come minacce, molestie, aggressioni verbali, stalking). In tal modo si rischierebbe di chiudere la stalla dopo che i buoi sono scappati! Non si può, infatti, denunciare qualcuno per qualcosa che non ha ancora fatto, anche se si può presentare un esposto in cui si precisano i propri timori in merito, il che richiede comunque la segnalazione di un qualche elemento comportamentale affinché qualcosa possa muoversi.
“I messaggi mediatici che hanno per tema la violenza di genere sembrano da tempo convergere verso un unico obiettivo: attribuire alla donna il ruolo di ‘vittima’. Il problema viene cioè spostato dal comportamento del maltrattante alla presunta identità delle donna come ‘vittima designata’”.
L’assunzione di tale pseudo-identità non può che affossare le personali risorse della donna: vengono inibiti i possibili comportamenti alternativi (reazioni improntate alla resilienza), ignorate le proprie reali capacità, compressi i valori più alti (come quello legato al benessere personale) e indotte, infine, convinzioni fortemente limitanti.
“È un po’ come se il maltrattante fosse una persona la cui natura malvagia non lascia alcuno scampo, il cui comportamento non contempla alcuna eccezione, come se la condizione di vittima fosse quindi una sorta di destino ineluttabile. Concettualizzando la violenza di genere in termini identitari di vittima-carnefice piuttosto che comportamentali si finisce per rendere alquanto astratta la definizione del problema, il che non potrà che rendere inafferrabile la soluzione”.
Il continuo richiamo alle autorità nel ruolo di “salvatore” ha come implicito il messaggio rivolto alle donne vittime di violenza: “Non potete fare altro che aspettare e soprattutto sperare che qualcuno corra in vostro aiuto”. A ben guardare, si tratta del sistematico depotenziamento della vittima, che viene costretta ad assumere una posizione sempre più passiva, confermando paradossalmente la sua pseudo-identità di vittima.
“Tale situazione rende sempre più difficile l’accesso alle proprie risorse interne, quelle di cui la donna avrebbe bisogno e di cui è, come ogni essere umano, dotata per natura, prima fra tutte rendersi conto di ciò che può fare per far fronte alla situazione”.
Nel momento in cui una donna si rivolge alle autorità denunciando un atto di violenza rischia il verificarsi di due situazioni, una peggiore dell’altra. La prima è che il giudice decida di collocare gli eventuali figli minori in ambito eterofamiliare in via cautelativa, la seconda è che, venendo a conoscenza della denuncia, il maltrattante diventi ancor più violento.
Quello che è sotto gli occhi di tutti diventa invisibile. Ciò di cui di solito non si tiene conto è il fatto che la relazione è come un “composto chimico”: se cambia anche uno solo dei suoi componenti il composto sarà necessariamente diverso. Ma qual è il cambiamento che la vittima può mettere in atto, acquisendo così il potere di cambiare la relazione con il maltrattante come composto? Prima di tutto occorre pensare che non stiamo parlando in termini di tutto-o-niente e che la comunicazione non è una scienza esatta bensì di carattere probabilistico: stiamo parlando di aumentare le probabilità di successo, non di certezza.
“Non accade praticamente mai di conoscere qualcuno che la sera prima ci porta a cena e il giorno dopo ci riempie di botte! Le prime vittime della violenza di genere sono quindi i segnali o i campanelli di allarme!”.
Il potere che la vittima può gestire a proprio vantaggio si nasconde, dunque, tra le pieghe della relazione che si va sviluppando giorno dopo giorno, incontro dopo incontro, come evidenzia la comunicazione libera dal conflitto, in grado di scioglierlo piuttosto che incentivarlo evitando in tal modo le conseguenze peggiori.

