Infantopoli: la verità che hanno cercato di nascondere  

Nel nostro Paese e non solo, da anni esiste un problema di cui nessuno parla, che pare rappresentare una sorta di tabù per istituzioni e mainstream. Si tratta di quello che possiamo chiamare “mercato degli affidi”. Nel momento in cui la famiglia manifesta una qualche forma di criticità, sia essa reale o solo presunta, i figli possono essere tolti ai genitori e dati in affido a una comunità alloggio o a una famiglia affidataria. Si tratta di una situazione scandalosa di recente emersa, provocando almeno momentaneamente una vera e propria “Infantopoli”.

Di seguito vengono riportati in corsivo alcuni stralci tratti dall’eBook Infantopoli: la verità che hanno cercato di nascondere.

“Siamo nell’estate del 2019 e il “caso Veleno”, anche conosciuto come quello dei “Diavoli della Bassa Modenese”, sta scatenando l’effetto domino. Come accadde nell’89 al muro di Berlino rimasto in piedi per quasi trent’anni, quello di omertà che per almeno due decenni ha protetto un vero e proprio “mercato degli affidi” sta finalmente mostrando le prime crepe, anche se qualche anno più tardi le vicende di Bibbiano e le risultanze dell’inchiesta regionale che ne seguirà mostreranno che si tratta di un fuoco di paglia”.

Tutto ha inizio, almeno in grande stile, con la legge dell’8 novembre 2000, la cosiddetta “Legge quadro per la realizzazione del sistema integrato di interventi e servizi sociali”, voluta da Livia Turco, allora ministra per la Solidarietà sociale. L’art. 5 promuove il coinvolgimento dei soggetti del Terzo settore e prevede forme di aggiudicazione per l’affidamento dei servizi.

“Ogni giorno vengono pubblicati nuovi articoli che mettono in luce errori e orrori compiuti dalle istituzioni che dovrebbero prendersi cura di famiglie, genitori e bambini. Dopo la scintilla scoccata dal giornalista Pablo Trincia, ex “Iena”, quello che sta ora scoppiando si profila come lo scandalo di portata nazionale più infamante nell’intera storia della nostra repubblica”.

Quando Re Salomone ordinò di tagliare in due il bambino conteso dalle due donne che ne rivendicavano entrambe la maternità, lo fece sul filo di uno stratagemma: in altre parole, intendeva solo scoprire chi fosse la vera madre! Da troppo tempo ormai, nelle aule dei tribunali, la spada della legge finisce per tagliare non già il bambino, bensì la relazione che questi intrattiene con uno o entrambi i genitori, il che avviene in forza dell’applicazione distorta dell’istituto dell’affido.

“Una madre a cui già da anni è stata tolta la figlia si esprime nei seguenti termini: ‘La sottrazione di un minore, dallo Stato… è diversa dalla morte di un figlio… in caso di sottrazione bisogna gestire il Dubbio! Il dubbio può insinuarsi ovunque… corrodendo ogni cosa all’interno, senza accorgersene… Consuma i giorni, le ore. E gli anni passano senza Risposte… è molto meglio sapere che un figlio è morto… perché la morte si prende i Ricordi, anche quelli più belli e li insemina col Dolore… rendendo insopportabile la memoria… la morte diventa Padrona del passato… il Dubbio sui nostri figli è Peggio… perché si prende il nostro Futuro…”.

Al di là della questione economica e politica, dobbiamo considerare il rapporto tra giurisprudenza e psicologia. Quando le istituzioni iniziano a occuparsi delle problematiche della famiglia in condizioni di criticità e, in particolare, del minore, le due sfere di competenza chiamate in causa sono quella giuridica e quella psicologica.

“Occorre però domandarsi se la psicologia debba essere subordinata alla giurisprudenza o se la giurisprudenza debba rappresentare il necessario supporto all’intervento psicologico, per il semplice fatto che non possono e non devono risultare sullo stesso piano. Il principio di verità e giustizia proprio della giurisprudenza e il principio del prendersi cura proprio della psicologia appaiono, infatti, di diversa natura e, a seconda dell’ambito di applicazione e dell’obiettivo che ci si pone, devono risultare uno subordinato all’altro”.

Le conoscenze teoriche e operative indispensabili a realizzare la tutela del minore attraverso quella del sistema relazionale all’interno del quale questi si trova sono radicate nelle teorie sullo sviluppo infantile e sulle dinamiche relazionali piuttosto che negli articoli di legge, i quali devono quindi riflettere tali conoscenze invece che porvisi in contrasto. Oggi, i consulenti incaricati dal tribunale di valutare la funzione genitoriale emettono vere e proprie “sentenze di morte” della relazione genitore-figlio, spesso ignorando tali conoscenze.

“Agire altrimenti sarebbe come portare un orologio rotto a riparare presso un’officina per mezzi pesanti come trattori e camion. Gli strumenti a disposizione del meccanico non sono certamente adatti al delicato meccanismo dell’orologio. Allo stato attuale e a proposito dei problemi della famiglia, la psicologia svolge però il ruolo di ancella della giurisprudenza, attraverso le relazioni dei diversi consulenti tecnici (il CTU e il CTP): è, infatti, il giudice in qualità di peritus peritorum che decide se e cosa considerare”.

Il paradosso che affligge la prassi istituzionale in materia di affidi è dato dal fatto che tale istituto dovrebbe garantire al minore un accudimento che in famiglia risulterebbe mancante. Spesso sarebbe messo in atto per permettere al genitore e alla famiglia di ripristinare un assetto relazionale favorevole al normale e sereno sviluppo del minore, anche se il corretto rapporto che si propone di ripristinare non sussiste più, essendo stato interrotto dall’allontanamento del bambino.

Si dimentica così che il rapporto genitore-figlio, più di ogni altro, è come una corda: se si spezza potrà sì essere riannodata, anche se non sarà mai più affidabile come lo era prima.

Puoi approfondire l’argomento leggendo il mio eBook, che offre una visione d’insieme del problema degli affidi e della sua evoluzione storica.