L’erba voglio tra educazione e addestramento 

Set 21, 2025 | Pedagogia e Psicolinguistica

Forse oggi non capita più spesso come un tempo di ascoltare la fatidica affermazione da parte di un genitore che si rivolge al figlio: “L’erba voglio non cresce nemmeno nel giardino del re!”. Tale messaggio è in linea con il “bon ton”, il vecchio galateo, giacché suona male quando qualcuno si esprime in termini di “Voglio che tu…”.

Il problema è che nessuno poi si prende la briga di spiegare che si tratta proprio di questo, di buone maniere piuttosto che di un modo di pensare, e sorge il sospetto che tale confusione abbia avuto, nel corso della nostra storia recente, un motivo ben preciso anche se non consapevole e tantomeno dichiarato.

Se “io voglio…” non va bene rivolgendosi a qualcuno perché dovrebbe andar bene pensarlo? Se rivolgersi agli altri in questo modo è maleducazione come si dovrebbe valutare pensare negli stessi termini? Che cosa succederebbe se a una nave fosse sottratto il timone? La nave diventerebbe ingovernabile o, piuttosto, governabile da altri.

Togliendo di mezzo l’erba voglio rimane “l’erba devo”. Si tratta del motivatore linguistico più usato e abusato, tanto che a forza di sentirlo ripetere dai nostri genitori e dai nostri insegnanti ci abbiamo creduto, finendo per renderlo parte del nostro stesso pensiero.

La psicolinguistica ci insegna che il potere delle parole risiede nelle loro implicazioni, un po’ come accade nello spettacolo delle ombre cinesi. Le implicazioni possono, infatti, essere considerate l’ombra delle parole, che va ad impattare il nostro inconscio emotivo-cognitivo piuttosto che la nostra consapevolezza.

Tra le molteplici e possibili implicazioni di “dovere” usato in prima persona troviamo il porci sotto il controllo della volontà altrui. Se affermo che devo fare una cosa implico che non sono io a decidere, che non ho quindi scelta, che la decisione spetta ad altri, altrimenti perché non affermare che voglio farla.

In modo del tutto paradossale implico anche che non voglio fare quella cosa! Ma come si concilia allora tale implicazione con il fatto che poi finisco per farla? Uno studente che riceva dall’insegnante l’ingiunzione “Devi stare attento!” riuscirà a stare attento solo vincendo l’implicazione non voglio stare attento!!

Ci troviamo così prigionieri di paradossi logico-motivazionali in grado di creare un numero potenzialmente infinito di conflitti interni e relazionali di natura etica, nei quali è molto facile entrare ma dai quali è altrettanto difficile, se non impossibile, uscire.

Non teniamo comunque conto della lunga ombra della colpa che dovere proietta sulla nostra esistenza. Se non faccio la cosa che devo fare allora sono colpevole, ma lo sono anche se la faccio proprio nel momento in cui affermo che devo farla, visto che sto implicando che voglio sfuggire al mio dovere.

Mi ritrovo così nella condizione dello zoppo che non la trova mai pari… comunque agisco sono condannato a sbagliare!

Le precedenti considerazioni vengono però cancellate con un sol colpo di spugna nel momento in cui devo viene usato con il significato di è inevitabile o è necessario, come nel caso di tutti dobbiamo morire o si deve mangiare per vivere.

Abbiamo mai posto a confronto il concetto di “addestramento” e quello di “educazione”? Qual è la sostanziale differenza? Mentre l’educazione dovrebbe facilitare l’adattamento del soggetto in età evolutiva al proprio ambiente, insegandogli a bilanciare le proprie naturali esigenze con le richieste della società, l’addestramento tiene conto soprattutto delle seconde.

Non è forse così assurdo paragonare il modo in cui educhiamo i nostri figli all’addestramento della tigre. La tigre non vuole imparare a saltare attraverso il cerchio di fuoco anche se deve farlo se vuole continuare a ricevere cibo. Imparare a porre il dovere davanti al volere serve più al figlio o più ai genitori e alla società?

Quanti genitori educano i propri figli ai valori che la Natura ha deciso essere le cose più importanti della nostra vita, vale e dire benessere e felicità? In ciò risiede la differenza tra addestramento ed educazione, tra buon adattamento e iperadattamento.

Stefano Boschi

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