L’educazione sessuale-affettiva
Ott 17, 2025 | Didattica e Pedagogia
Lo scorso 15 ottobre è stato approvato un emendamento che vieta l’educazione sessuale e affettiva nelle scuole primarie e in quelle secondarie di primo grado, limitandola alle scuole superiori previo consenso scritto dei genitori.
Chiedersi se abolire l’educazione affettivo–sessuale sia un provvedimento giusto o sbagliato equivale a chiedersi quale marmellata sia migliore, quella con l’etichetta rossa o quella con l’etichetta verde? Solo assaggiandola potremo rispondere in modo sensato.
Se per quanto riguarda la marmellata dovremmo chiederci “che cosa c’è dietro l’etichetta?”, per quanto riguarda l’educazione affettivo-sessuale dovremmo chiederci in che cosa consista.
Se nel barattolo ci fosse un baby boom analogo a quello che si registrò in Lombardia circa venta’anni fa tra gli adolescenti, in seguito a una campagna di educazione sessuale (i patecipanti erano evidentemente desiderosi di passare dalla teoria alla pratica), forse nessuno troverebbe che la marmellata abbia un buon sapore…
La domanda opportuna non è, dunque, educazione sessuale-affettiva sì o educazione sessuale-affettiva no, quanto piuttosto in che cosa consiste, in che modo dovrebbe essere attuati, quali sono i contenuti e gli obiettivi?
Questa è la prima questione ma ce n’è anche un’altra. Parlando di educazione affettivo–sessuale si confondono due diversi piani, che non dovrebbero però essere confusi: quello sessuale e quello affettivo. Si può fare sesso senza avere un legame affettivo e si può avere un legame affettivo senza fare sesso.
Confondere i due piani rischia di precipitarci nella retorica o nel moralismo o in entrambi, comunque sia nella confusione tra cose ben diverse anche se a volte si ritrovano a camminare assieme mano nella mano.
C‘è, infine, una terza questione ancora più importante. Si parla di educazione sessuale-affettiva quando da anni esistono solo residui dell’educazione. Come ho accennato in un precedente articolo (vedi Bullismo e violenza nella scuola) la funzione pedagogica è pressocché scomparsa dalla nostra società.
Se gli insegnanti dichiarano – a giusta ragione – di non essere educatori ma didatti, dal canto loro molti genitori non hanno tempo sufficiente o di buona qualità da dedicare ai figli, presi nell’obiettivo di sbarcare il lunario in una società in cui la sopravvivenza appare una sfida da affrontare quotidianamente.
Parlare di educazione sessuale-affettiva sarebbe come chiedersi come costruire il tetto di una casa senza aver prima pensato alle fondamenta. Su che cosa dovrebbe reggersi il tetto?
Dopo aver distinto la sfera sessuale da quella affettiva parliamo di “educazione affettiva” come se i sentimenti potessero essere “educati”: una cosa sono rispetto e accoglimento dell’altro, altra cosa sono i sentimenti.
Perseguire il primo obiettivo attraverso la cornice autoritaria che connota la scuola di oggi ricorda la barzelletta del tipo che affermava di non bere e di non fumare, per poi imprecare “Accidenti, mi è caduta la sigaretta dentro il vino!”.
Il rispetto e, a maggior ragione, i sentimenti non possono essere frutto di un’attività educativa finalizzata, il che può avvenire sul piano puramente formale. È, dunque, quello che vogliamo per i nostri figli? Un simil-rispetto o simil-sentimenti?
Cadiamo così nel paradosso che nasce dalla confusione tra ciò che per natura può solo essere spontaneo e ciò che viene richiesto da altri o imposto dall’esterno.
Immaginiamo che la moglie si lamenti con il marito perché non le regala mai i fiori. Stanco delle lamentele della moglie egli decide finalmente di regalarle i fiori. A questo punto la moglie avrà con assoluta certezza raggiunto un obiettivo: l’impossibilità di godersi i fiori nel momento in cui il marito glieli regalasse.
Stefano Boschi
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