Il ruolo della scuola nella prevenzione del disagio giovanile
Ago 09, 2025 | Psicologia
Le condizioni attuali dei giovani ricordano un bollettino di guerra: ansia dilagante, stati depressivi, disturbi del comportamento alimentare, problemi nei rapporti sociali (come testimoniano gli hikikomori e le vittime di cyber bullismo), violenza e comportamenti antisociali, abuso di sostanze… chi più ne ha più ne metta.
Di seguito riporto il grafico che illustra la velocità del processo di cronicizzazione di disturbi di interesse sia medico ma soprattutto psichiatrico per fasce di età, negli intervalli di tempo 2005-2012 e 2012-2017 (fonte dei dati grezzi: Meridiano Sanità, Rapporto 2014, 2018).
Come possiamo vedere il periodo della scolarizzazione è quello in cui la velocità del processo di cronicizzazione si rivela più alta. Chiedersi come fare a contrastare quello che oggi appare ormai un trend è la domanda sbagliata. Occorre prima di tutto chiedersi perché, qual è il messaggio da recepire, quali ne sono le radici se non le cause in senso strettamente meccanicistico. La questione non può più essere affrontata come se dovessimo togliere le mosche dal piatto!
Se nei confronti della violenza contro le donne si può emanare una legge nel tentativo di contrastare il fenomeno, come è accaduto con il Codice Rosso (ottenendo peraltro risultati assai dubbi), per affrontare il problema del disagio giovanile quale legge di carattere repressivo potremmo mai emanare?
Un vecchio proverbio afferma che se cadi non guardare dove sei caduto ma dove sei inciampato! Paradossalmente, un progetto che affronti il disagio giovanile non dovrebbe rivolgersi ai giovani, almeno non direttamente. Sarebbe come rivolgersi ad un malato chiedendogli come possiamo curarlo… Se lo sapesse non avrebbe bisogno del medico!
Partiamo da ciò che vi è di più ignorato al mondo: l’ovvio. La scuola dispone del tempo maggiore e migliore dei soggetti in età evolutiva, la qual cosa la rende, volente o nolente, il punto di entrate elettivo nella prevenzione del disagio giovanile. Non si tratta però di una patata bollente da “rifilare agli insegnanti” visto che nessuno sembra disposto a sbucciarla.
Si tratta prima di tutto di capire quali sono i fattori di maggior rischio all’interno della nostra società e, segnatamente, della stessa scuola. Anche i cristalli più resistenti agli urti hanno un punto di rottura. Qual è, dunque, il punto critico all’interno della scuola in tema di disagio giovanile?
Non c’è bisogno di essere Freud per cogliere il comune denominatore del disagio che traspare dalle lettere di protesta scritte da studenti di varie scuole: si tratta di un problema di relazione, del sentirsi considerati solo o soprattutto per le prestazioni scolastiche, sentendosi in definitiva non “riconosciuti” come esseri umani.
Parafrasando William James, se fosse possibile non ci sarebbe punizione peggiore che vivere e agire al massimo delle proprie capacità in un mondo in cui nessuno se ne accorgesse! Il passaggio da una scuola autoritaria ad una “empatica” si presenta come la chiave di volta nella prevenzione del disagio giovanile.
L’ascolto empatico ha rappresentato una vera e propria rivoluzione nel mondo della psicologia, una sorta di “diluente” dei conflitti interni che stanno alla base di ogni forma di patologia psichica. Si trattò di una rivoluzione realizzata da Carl Rogers, padre dell’approccio umanistico noto anche come “approccio centrato sulla persona”. Chi deve “comandare” non può però permettersi un atteggiamento empatico.
Di quali sforzi e investimenti c’è bisogno per attuare questo salto quantico all’interno della scuola? Soltanto della consapevolezza e della volontà, difficile da attuare perché è assai difficile coglierne la necessità, data la nostra propensione ad esaminare dove siamo caduti piuttosto che dove siamo inciampati.
Stefano Boschi
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