I girasoli di Van Gogh: intelligenza artificiale contro intelligenza naturale
Set 13, 2025 | Didattica
Se vado al mercato per comprare dei fiori di girasole mi basteranno pochi euro. Se invece voglio comprare “i girasoli” di Van Gogh mi ci vorranno molti, molti soldi. Ma perché? Quelli dipinti dal grande pittore non si mangiano, non si possono mettere in un vaso, non se ne può ricavare il noto olio, non si girano nemmeno verso il sole!
L’essere umano sembra volersi sostituire alla Natura, voler far meglio. Avere i girasoli veri non basta, occorre trovare il modo di ricrearli, il modo per diventare egli stesso creatore come testimonia la clonazione della pecora Dolly, che ha ricevuto ben più attenzione di qualsiasi altra pecora mai esistita!
Tale tendenza è adombrata nel mito dell’angelo caduto per essersi ribellato a Dio, così come in quello dei Titani che danno la scalata all’Olimpo. Per inciso, né l’uno né l’altro tentativo è stato coronato da grande successo… nemmeno nella navigazione marittima.
Venendo ai nostri giorni, perché si sta investendo tanto sull’intelligenza artificiale quando esiste quella naturale? Una risposta potrebbe essere facilitare il lavoro meccanico che assorbe tempo ed energia, risorse che potrebbero essere impiegate da in attività più importanti.
Applicata alla robotica dovrebbe guidare la macchina nello svolgimento di attività particolarmente faticose o pericolose, come nel caso dei robot usati dagli artificieri. Stiamo comunque parlando di attività di basso livello sul piano cognitivo.
Che l’applicazione dell’AI non si limiti a tali attività è purtroppo segnalato dall’intento di usarla all’interno della scuola, come rivela ad esempio l’articolo apparso su Orizzontescuola.it agli inizi di agosto 2025, in cui si parla di applicare la funzione di ChatGPT che utilizza il metodo maieutico nella didattica (vedi il mio precedente articolo Matrix nella scuola).
Non è che l’obiettivo, forse remoto e certamente non dichiarato, sia sostituire gli insegnanti con androidi o “avatar” come si sta già facendo con giornalisti e cassiere nei supermercati?
In un altro articolo, comparso su Orizzontescuola.it il 5 agosto e intitolato “Dal laboratorio alla lavagna: come l’IA può potenziare matematica e scienze” si legge:
Ecco che l’intelligenza artificiale, se usata con criterio, può diventare un compagno di viaggio straordinario: un assistente per esperimenti virtuali, un tutor per esercizi di recupero, un creatore di simulazioni che prima erano impossibili da realizzare in aula. Alla Conferenza Internazionale AIED 2025, tenutasi a Palermo, sono stati presentati progetti e strumenti che possono cambiare la didattica delle STEM – senza trasformare i docenti in “tecnici” e senza sostituire la loro insostituibile capacità educativa.
A questo punto la domanda è: avendo un assistente per esperimenti virtuali, un tutor per esercizi di recupero, un creatore di simulazioni, al docente – quello non virtuale ma in carne e ossa – che cosa resta, a parte occuparsi del funzionamento della macchina che lo sta sostituendolo?
Se le cose stanno davvero come si scrive, per quale motivo il precedente passaggio termina con la rassicurazione che gli strumenti in grado di cambiare la didattica delle STEM non trasformeranno i docenti in “tecnici” e non sostituiranno la loro insostituibile capacità educativa?
Se uscissi con una ragazza da poco conosciuta non le parrebbe strano se la “rassicurassi” dicendole che non la insulterò, non la maltratterò, non la tratterò in modo aggressivo? La prenderebbe come una rassicurazione o come una velata minaccia, un messaggio decisamente ambiguo che non potrebbe non indurre forti sospetti?
Singolare è il fatto che nessuno intenda sviluppare l’AN, l’intelligenza naturale, anche se, come nel caso dei girasoli di Van Gogh, essa presenta infinite potenzialità a fronte degli inevitabili limiti di quella artificiale. Mentre la prima è connessa alla vita quella artificiale è connessa alla rete elettrica!
Tale diversa “connessione” ci spinge a renderci conto di un’altra fondamentale differenza. L’intelligenza naturale comprende quella emotiva, cosa che la macchina – come entità non vivente – non potrà mai possedere, non importa quanto accuratamente la programmiamo.
Si tratta di una differenza che fa, o almeno dovrebbe fare, la differenza. Ma quanto è importante lo sviluppo dell’intelligenza emotiva, di cui non si parla molto nei programmi ministeriali, nella processazione delle informazioni?
Non posso ora esimermi dal citare, come ho già fatto in un precedente articolo (vedi Perché nessuno parla più di intelligenza emotiva?), le vicende di Phineas Gage, colui che sopravvive al terribile incidente che gli provocò la distruzione di gran parte del lobo frontale sinistro.
Aggiungo ora un dato di cui non parlai in quell’articolo: anche se le sue funzioni intellettive rimasero integre Phineas non fu più in grado di prendere decisioni oculate, di adeguare il proprio comportamento all’ambiente sociale in cui si trovava.
Dato che i lobi prefrontali svolgono un ruolo fondamentale in rapporto all’intelligenza emotiva, privata di tale componente quella razionale si dimostra inaspettatamente incapace di orientarci nelle scelte importanti della nostra vita.
Parecchi anni dopo un certo Robert Dilts si dedicò allo studio delle strategie di pensiero dei geni, quelli ancora in vita e quelli ormai scomparsi, come Leonardo da Vinci. Scoprì così alcune caratteristiche comuni nel loro modo di pensare, tra cui l’esteso utilizzo delle metafore e la focalizzazione sulle “opportunità di apprendimento” piuttosto che sugli inevitabili errori.
Dopo la morte di Einstein alcuni neurofisiologi si divisero “fette” del suo cervello con l’obiettivo di capire che cosa lo avesse reso uno dei più grandi geni che l’umanità avesse conosciuto. Dapprima sembrò che vi fosse abbondanza di cellule gliali, un maggior numero di connessioni sinaptiche… Alla fine tali differenze si rivelarono di trascurabile importanza.
Si giunse così alla conclusione che quanto avesse reso Einstein un genio non era il suo cervello bensì il modo in cui lo utilizzava. Una delle sue frasi riamaste più famose è: la fantasia è superiore alla conoscenza, perché ci può suggerire ciò che ancora non conosciamo.
Anche se riuscissimo a sviluppare “l’immaginazione artificiale” la cosa che certamente l’AI non potrà mai fare è provare soddisfazione, emozioni, sentimenti, ciò che è stato definito “il colore della vita”. I girasoli di Van Gogh non sarebbero gli stessi in bianco e nero… Con la progressiva diffusione dell’AI siamo forse destinati a vivere “una vita sempre più in bianco e nero”?
Stefano Boschi
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