A scuola nel “nome della rosa”
Ott 05, 2025 | Didattica e Pedagogia
“A scuola non si viene per divertirsi!”, lo diceva un professore della scuola media di mia figlia, giacché “… studiare è una cosa seria!”.
A qualcuno tale affermazione forse ricorda il monaco cieco, Jorge da Burgos, mentre discute con Guglielmo da Baskerville sul significato del riso, nel romanzo Il Nome della rosa di Umberto Eco.
“Le commedie erano scritte dai pagani per muovere gli spettatori al riso, e male facevano. Gesù Nostro Signore non raccontò mai commedie né favole, ma solo limpide parabole che allegoricamente ci istruiscono su come guadagnarci il paradiso, e così sia”.
Non sarà che la nostra scuola, con la propria impostazione autoritaria, abbia seguito le tracce di Jorge da Burgos, eliminando l’umorismo e l’ironia – per non parlare dell’autoironia – dal proprio contesto anche se, come ribatte Guglielmo da Baskerville:
“Io credo che il riso sia una buona medicina, come i bagni, per curare gli umori e le altre affezioni del corpo, in particolare la melanconia [… ] Le scimmie non ridono, il riso è proprio dell’uomo, è segno della sua razionalità”.
Se Baumann definisce “liquida” la nostra società, personalmente ritengo che uno dei tratti distintivi della nostra cultura sia quello che possiamo chiamare “manicheismo cognitivo”. Si tratta del modo di pensare in termini di contrapposizione tra ciò che è bene o male, positivo o negativo, giusto o ingiusto, così come tra ciò che è gioco e ciò che è serio.
Questo modo di pensare privo di sfumature esclude umorismo e ironia, che nascono come una sorta di “fleur du mal“ da ambiguità linguistiche, incertezze cognitive, rincorrersi degli opposti nonché da giochi di parole a dispetto della visione improntata al principio del tutto-o-niente.
Anche se tale modo di pensare risulta utile per certi versi per altri può provocare non pochi problemi, come nel caso in cui all’interno della scuola si contrapponga il riso alla serietà, ciò che riteniamo importante come lo studio a ciò che riteniamo non importante come il gioco e il divertimento.
Che cosa dicono a tal proposito le neuroscienze? Come ho affermato in un precedente articolo (vedi I possibili effetti negativi della didattica nozionistica) nella scuola di oggi la memoria è la funzione che fa la parte del leone, l’asso pigliatutto nella sfera cognitiva.
Stando così le cose dobbiamo considerare il ruolo centrale dal punto di vista neurofunzionale dei circuiti ippocampali, la parte del sistema limbico (struttura subcorticale) preposta al deposito delle informazioni nella memoria a lungo termine.
Sappiamo che i circuiti ippocampali si attivano a fronte di una tonalità emotiva che svetta al di sopra di una certa soglia di intensità, tonalità che potrà rivelarsi indifferentemente piacevole o spiacevole.
Ciò significa che un certo contenuto sarà memorizzato sia con fatica, “sudore e lacrime” sia provando piacere e soddisfazione. Dal punto di vista della memorizzazione non farà alcuna differenza…
A questo punto l’affermazione del vecchio professore di mia figlia potrà risultare altrettanto valida di quella per cui a scuola è importante giocare e divertirsi. Ma allora dove sta la differenza?
Se ci chiedessero se preferiamo lavorare in un ambiente rilassato, gradevole, traendo soddisfazione dal nostro lavoro, con un capufficio empatico, comprensivo e amabile oppure in un ambiente teso, ansiogeno, costrittivo e repressivo, svolgendo un lavoro alienante che ci trova completamente privi di motivazione, con un capufficio che ci sta con il fiato sul collo sempre pronto a criticarci e a redarguirci, che cosa risponderemmo?
Se la scelta è talmente scontata da non essere nemmeno una scelta, come possiamo pensare che i nostri figli debbano trascorrere gli anni della fanciullezza e dell’adolescenza nel primo tipo di ambiente?
Se pensiamo che ciò potrà temprarli e che devono imparare a sostenere le situazioni frustranti per diventare forti e in grado di affrontare le sfide che la vita ha in serbo per loro, forse non ci accorgiamo che la società ha reso tale principio una regola applicata quotidianamente, senza quasi eccezioni!
A chi verrebbe in mente di recarsi per motivi di lavoro in un’altra città, che disti almeno un centinaio di chilometri da dove ci troviamo, usando la bicicletta per rafforzare i muscoli delle gambe?
Stefano Boschi
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