Aristotele e la malattia

Set 29, 2025 | Logica e Psicolinguistica

Duemila anni addietro Epitteto affermò “Bisognerebbe preoccuparsi più dei pensieri negativi che degli ascessi e dei tumori del nostro corpo!”. Stava solo scherzando oppure gettando le basi della psicosomatica?

Qualche secolo prima di lui Aristotele aveva gettato altre basi, quelle del modo di pensare che avrebbe caratterizzato la civiltà occidentale fino ai giorni nostri. Ma come può il nostro modo di pensare influire sui processi del nostro corpo fino a farci ammalare e, si badi bene, non stiamo parlando di un semplice raffreddore o di un mal di pancia!

Se vogliamo rispondere alla precedente domanda dobbiamo chiederci quali sono le differenze tra mammiferi ed esseri umani, considerando che gli animali superiori allo stato di natura non si ammalano come ci ammaliamo noi allo stato di cultura, non con la stessa gravità, diffusione, portata.

La prima risposta obbligata è certamente che gli animali non hanno il linguaggio verbale, anche se comunicano a volte in modo assai sofisticato ed efficace, come scoprì von Frisch a proposito del modo in cui un’ape comunica alle altre la direzione, la vastità e la distanza dei giacimenti di polline.

Proviamo ora a collegare la logica aristotelica al linguaggio verbale e scopriremo un’altra fondamentale differenza. La logica aristotelica è chiamata “bivalente” giacché ammette solo due possibilità o valori: vero o falso. In tal modo taglia a metà la realtà, da una parte le cose vere e dall’altra quelle false.

Formulando le basi della logica Aristotele confuse l’ontologia, ossia la presunta realtà fatta di cose, persone, situazioni, con il linguaggio, ossia con quanto si afferma a proposito delle cose stesse, confusione che solo Cartesio avrebbe sciolto più tardi .

Sulle tracce di Aristotele ancor oggi pensiamo in termini di bianco e nero, di buono e cattivo, di giusto e sbagliato e che “una terza possibilità non esiste”. Stiamo parlando del principio di non-contraddizione e del tertium non datur o terzo escluso.

Proviamo ora ad applicare questo modo di pensare ai nostri valori, ossia a ciò che per noi è importante. I valori possono essere edonici, ossia riguardare ciò che ci piace, estetici, ossia riguardare ciò che è bello, pragmatici, ossia riguardare ciò che è utile, oppure di natura etica.

Esiste una sostanziale differenza tra i primi tre tipi di valori e quelli etici. Mentre le cose possono essere per certi versi piacevoli, belle, utili mentre per altri spiacevoli, brutte, dannose, se pensiamo a ciò che riteniamo bene o male, buono o cattivo, positivo o negativo giusto o ingiusto tale convivenza risulta assai difficile se non impossibile.

Pensando in termini dei primi tre criteri la realtà ci appare “sfumata”. Se pensiamo invece in termini etici ci troviamo di fronte a contrapposizioni inconciliabili: una cosa è buona o cattiva, bene o male, positiva o negativa, giusta o ingiusta. Si tratta del pensiero tutto-o-niente, che ci condanna a non avere una terza possibilità, alla mancanza di una terza via, una via di fuga dal conflitto interno.

Siamo così giunti alla differenza sostanziale tra mammiferi ed esseri umani, la differenza che fa la differenza sul piano di salute e malattia. Mentre gli animali superiori non possono sviluppare conflitti interni apparentemente insolubili gli esseri umani corrono questo rischio ragionando in termini di contrapposizioni dicotomiche in riferimento all’etica.

Il problema è che collochiamo i valori dell’etica in cima alla nostra gerarchia, quindi non possiamo fare riferimento a qualcosa di superiore che ci permetta di sciogliere i conflitti che andiamo creando. Ci troviamo così imprigionati in una sorta di “manicheismo cognitivo”, che potrebbe non lasciarci scampo dal conflitto interno. Da esso deriva spesso una condizione di stress destinata a generare effetti a diversi livelli di gravità. Non è certo un caso se siamo la società più malata di tutti i tempi!

Che cosa avrebbe a che fare la scuola con tutto questo? In realtà tanto, giacché il modo di pensare “sfumato” o la logica detta “fuzzy”, il vero e forse unico solvente di ogni possibile conflitto interno deve essere insegnato. Fa, infatti, parte della nostra evoluzione cognitiva.

Il problema è che nessuno si preoccupa di accostare alla logica aristotelica un modo di pensare libero dai conflitti, libero dalle contrapposizioni manichee, libero di pensare che la nostra natura è perennemente volta al benessere e alla felicità.

Stefano Boschi

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