Imparare a “usare il cervello”
Set 28, 2025 | Didattica
Immaginiamo di imbarcarci su un 747. Mentre la hostess ci porge il consueto il benvenuto scorgiamo nella cabina di pilotaggio il pilota che legge un manualetto: “Come pilotare un 747”. Cosa decidiamo di fare? Restiamo a bordo o accampando una scusa qualsiasi scendiamo in tutta fretta?
Molti seguirebbero certamente la seconda opzione, ma per quale motivo? Nessuno si preoccuperebbe se il pilota leggesse un fumetto! Faremmo probabilmente un ragionamento del tipo: “Se sta leggendo il manualetto su come pilotare il 747 significa che non ha ancora appreso bene come farlo… Si tratta però di una macchina troppo complessa per imparare in quattro e quattr’otto, perciò non c’è da fidarsi!”.
Se il nostro ragionamento avrebbe un fondamento allora perché nessuno si preoccupa di apprendere il funzionamento del proprio cervello, ben più complesso del 747? Prova ne sia il fatto che l’ha costruito! Quando un bambino nasce non ha un manuale di istruzioni legato al polso. Ogni strumento tecnologico, per quanto semplice possa essere, viene venduto corredato dalle istruzioni per l’uso.
A scuola si insegnano le diverse materie ma non come utilizzare il proprio cervello per apprenderle. Sarebbe come se a scuola guida si insegnassero i diversi itinerari: andare in ufficio, a casa di Giovanni, di qua e di là piuttosto che guidare l’auto. Se così fosse una volta che ci mettessimo alla guida non faremmo certo molta strada!
Quando Tony Buzan, ideatore del “mind mapping”, uno degli strumenti di apprendimento più efficaci al mondo, iniziò l’università voleva “imparare come si impara”, in altre parole come funziona il cervello per poterlo usare nel migliore dei modi. Così si recò alla biblioteca universitaria chiedendo un testo che gli illustrasse tale funzionamento e con sua grande sorpresa e delusione gli fu indicato un trattato di neurofisiologia.
Se qualcuno ci rivolgesse il consiglio non richiesto “Impara a usare il cervello!” probabilmente ci sentiremmo offesi giacché implicitamente ci starebbe dicendo che non lo sappiamo usare. Si tratta però di qualcosa che in realtà non facciamo nel migliore dei modi.
Il pensiero verbale rappresenta la funzione più alta sul piano evolutivo. Si tratta, quindi, della causa più diretta dei nostri problemi così come la fonte delle nostre soluzioni, a seconda di come lo usiamo. Nonostante possa generare risultati in entrambe le direzioni lo usiamo senza nemmeno domandarci in quale stiamo procedendo, se stiamo creando problemi o scoprendo soluzioni.
Per leggere un giornale dobbiamo tenerlo a debita distanza, non potremmo leggerlo tenendolo a due centimetri dagli occhi. Allo stesso modo, se ci troviamo dentro i nostri consueti modi di pensare non li possiamo vedere, non possiamo esserne coscienti quindi non ne possiamo individuare i limiti.
Il problema è che siamo concentrati totalmente o quasi su “cosa” pensiamo ma non su “come”. La nostra cultura ci intrappola in gabbie che non si vedono, in modi di pensare invisibili alla nostra consapevolezza, in quelli che Aristotele chiamava topoi, i luoghi comuni.
Noi esseri umani siamo bravi a fare due cose: la prima è costruire trappole sempre più sofisticate, la seconda è caderci dentro. Ce ne sarebbe anche una terza: restare imprigionati per il resto dei nostri giorni!
Se a scuola guida si impara a guidare l’auto non gli itinerari, in modo analogo a scuola si dovrebbe “imparare a usare il cervello” non solo le materie. Per far questo occorrono due cose: la prima è riconoscere e correggere i numerosi “bug” che infestano il nostro consueto modo di pensare, la seconda è imparare a pensare in modo eccellente, come fanno i geni. “Genio” è colui che “genera”, che pensa cioè in modo creativo.
Decenni or sono, Robert Dilts iniziò a studiare il modo di pensare di personaggi eccellenti, quelli che nel corso della storia sono stati, appunto, definiti geni: giunse alla conclusione che anche se pensano alle stesse cose a cui noi pensiamo lo fanno però in modo diverso.
I geni pensano per metafore e per immagini. Quando era ancora molto giovane Einstein fantasticò di cavalcare un raggio di luce, fantasia i cui frutti si materializzarono più tardi dando vita alla teoria della relatività speciale.
Si tratta soprattutto di pensare in linea con le funzioni dell’emisfero cerebrale destro, fuori dagli schemi consueti, sviluppando un modo di pensare che si proietta oltre l’ostacolo, in modo simile a quanto accade nella fantascienza quando si dimostra capace di precorrere la scienza.
Se di recente, nell’ottica del rinnovamento della scuola, nelle alte sfere si è parlato di “rivoluzione del buon senso”, occorre rendersi conto che spesso il buonsenso e il modo di pensare dei geni mostrano di avere ben poco da spartire. Mentre il buonsenso ci spinge a cercare conferma alle nostre convinzioni e ipotesi il genio pensa controcorrente, in modo anticonvenzionale.
Se facessimo i poliziotti e dovessimo controllare che gli avventori di un’osteria siano tutti maggiorenni non controlleremmo i documenti dei signori con i capelli bianchi, che camminano aiutandosi con un bastone da passeggio. In altre parole, non cercheremmo conferme alla regola bensì le eccezioni.
Oggi, in seno alla scuola è in atto il tentativo di omologazione, di livellamento del pensiero se non di appiattimento. Piuttosto che far volare lo spirito dello studente si cerca di imbrigliarlo come accade nella lezione frontale e con l’inflazione nozionistica, a differenza di quanto potrebbe accadere sviluppando l’intuizione accanto alla razionalità.
In quell’uggiosa mattina tipica dei Paesi del Nord Europa, quando il maestro chiese alla classe di sommare i numeri da 1 a 100 non si immaginava certo che il piccolo Friedrich Gauss gli avrebbe consegnato il risultato esatto pochi minuti dopo. Il futuro Princeps Mathematicorum non vi era giunto contando, come stavano facendo gli altri alunni, ma cavalcando la propria intuizione.
Stefano Boschi
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