Chi valuta il valutatore?

Set 10, 2025 | Didattica

Il 6 settembre su Orizzontescuola.it compare un articolo dal titolo Maturità, Valditara: “Già pronta la riforma. Vogliamo una prova che valuti la persona a 360 gradi, non solo conoscenza e competenza”

In oltre un secolo di psicologia si è riusciti a costruire test in grado di misurare dimensioni specifiche della personalità, mentre ora siamo davvero in grado di valutare l’essere umano nella sua totalità, a 360 gradi? Ammesso e non concesso, abbiamo il diritto di farlo?

Il Ministro annuncia, inoltre, che la riforma dell’esame di Stato è “già pronta” e mira a riportarlo a “vero esame di Maturità“, valutando “non solo le conoscenze e le competenze, ma il grado di autonomia, di responsabilità, insomma di autentica crescita dello studente”.

Sorge ora una domanda nei riguardi non solo del valutatore, degli strumenti che utilizza e dei criteri di valutazione, ma prima di tutto dell’oggetto della valutazione stessa. Sempre in quei cento anni ed oltre di psicologia non siamo stati in grado di definire il concetto di “personalità” in modo univoco e condiviso.

L’impossibilità di addivenire a una tale definizione è dipesa dal fatto che si tratta di un “oggetto” che non si vede con gli occhi, non si ascolta con le orecchie e non si tocca con mano, in altre parole risulta totalmente astratto.

Possiamo ipotizzare che un destino analogo attenda costrutti altrettanto astratti quali responsabilitàmaturità. Sarebbe come voler decidere una volta per tutte il sesso degli angeli, definire la questione della lana caprina o rispondere alla domanda se è nato prima l’uovo o la gallina.

Mentre ci si accinge a valutare lo studente ci si può facilmente dimenticare che anche la didattica potrebbe essere valutata. Faccio lo psicoterapeuta da decenni e se il paziente non migliora cosa dovrei pensare, che è responsabilità sua o che il mio metodo di lavoro può essere migliorato e quella è l’occasione buona per provare a farlo? Senza mettersi in discussione non ci può essere evoluzione.

Tutti sappiamo per esperienza diretta che il giudizio è il veleno di ogni tipo di relazione. Se il giudizio di natura etica e non semplicemente pragmatica sul comportamento è deleterio, quello sulla persona come essere umano può avere conseguenze addirittura “letali”.

Non si tratta purtroppo di una mera illazione. Nel recente passato alcuni studenti hanno deciso di farla finita dopo avere ripetutamente ottenuto giudizi negativi. Questi casi non sono abbastanza? Per il Ministro la contestazione oggi in atto avrebbe avuto “più rilevanza mediatica” rispetto alle “ben più numerose testimonianze di giovani che hanno affrontato in un reparto di oncologia l’intero anno scolastico volendo a tutti costi sostenere l’esame finale”?

Dato che il Ministro si interessa, giustamente, alla salute dei giovani sarebbe opportuno che gettasse uno sguardo alle statistiche riguardanti anche quella mentale, affinché si rendesse conto della diffusione epidemica dei disturbi d’ansia, di quelli depressivi e del comportamento alimentare, per non parlare delle difficoltà relazionali, della tossicodipendenza, della violenza, dell’isolamento (vedi gli hikikomori).

Immaginiamo quali potrebbero essere i riverberi di una valutazione a 360 gradi con esito negativo, ossia l’essere respinti sul piano della “maturità”, della “crescita personale” ecc. per uno studente che soffre di disturbo ansioso-depressivo…

Come insegna Pandora, la speranza è l’ultima a morire. Forse è lecito sperare che chi si occupa della scuola possa realizzare che il giudizio è il veleno che va distruggendola giorno dopo giorno, come del resto accade in qualsiasi relazione: tra marito e moglie, tra genitore e figlio, tra colleghi di lavoro… perché la scuola dovrebbe costituire un’eccezione?

Occorre al più presto sostituire giudizi e valutazioni con il “feedback”. Ciò comporta però superare il vero scoglio della scuola attuale, smantellare cioè il suo assetto autoritario passando dalla classica lezione frontale ad una modalità dinamica di tipo maieutico, che valorizzi le naturali capacità e risorse di ogni studente.

Se c’è un tratto deleterio della nostra società è la pessima abitudine di valorizzare – o svalorizzare – le persone in base a ciò che “fanno”, ai risultati che ottengono piuttosto che a ciò che sono come esseri umani. Nel Paese del Sol Levante tale assetto sociale ha portato alla comparsa di quella nuova patologia di natura evitante chiamata hikikomori.   

Ciò che manca alla nostra società è valorizzare l’essere umano come tale. Se lo facessimo assisteremmo probabilmente a una “miracolosa rinascita” non solo della scuola: la relazione che potrebbe svilupparsi al suo interno si rivelerebbe una sorta di “nutrimento” per ogni individuo in età evolutiva. 

Non occorrono chissà quali “investimenti e programmi quinquennali”, solo un po’ di buona volontà politica e di formazione professionale mirata.

Stefano Boschi

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