L’ADHD: si può portare il cavallo all’acqua…
Set 02, 2025 | Psicologia
Come accade per i DSA, anche per il Disturbo da Deficit di Attenzione e Iperattività si parla di basi biologiche, nella fattispecie genetiche. Si fa particolare riferimento agli studi familiari e a quelli che pongono a confronto gemelli monozigoti e dizigoti, studi che paiono deporre in favore di tale ipotesi eziologica.
Si tratta di un film già visto. Dopo aver cercato il gene della schizofrenia per mare e per terra i neuroscienziati giunsero alla conclusione che tale disturbo avesse basi genetiche proprio in forza di studi analoghi, risultando introvabile il presunto “gene colpevole”.
Allo stato attuale delle conoscenze si attribuisce alla schizofrenia una base genetica complessa, che aumenta la vulnerabilità alla malattia attraverso l’interazione di molti geni. In parole povere, in linea con la teoria del caos che governa il mondo si tratta di una questione probabilistica piuttosto che di natura causale.
All’interno di un’ottica probabilistica la domanda allora è “qual è il fattore più potente in relazione al problema?”. Innamorati dello schema interpretativo di causa-effetto stentiamo però ad apprendere la lezione: esiste una gerarchia di livelli funzionali che caratterizzano il funzionamento dell’organismo umano nel suo complesso.
Non bisogna, tra l’altro, dimenticare il tentativo di psichiatrizzare le problematiche infantili in atto da anni, come testimonia la “diagnosi precoce” dei DSA a cui sono sottoposti gli allievi della scuola primaria di primo grado a partire dal secondo anno. La preminenza assegnata al fattore genetico-neurologico non può che portare acqua al mulino di tale disegno, spingendo a considerare il farmaco nei casi “più gravi”.
Ragionando in termini scientifici ciò che lascia perplessi, nel caso dell’ADHD come per i DSA, è che si parli di genetica come una sorta di “destino”, la qual cosa va a cozzare con le conoscenze sulla genetica stessa.
Mi riferiscono in particolare alla distinzione tra genetica ed epigenetica. Quest’ultima, che rappresenta la parte preponderante della genetica, studia la diversa espressione dei geni in rapporto all’influenza esercitata dall’ambiente interno e da quello esterno. Nonostante la sua importanza viene ben poco considerata dalle teorie psicobiologiche e neuropsicologiche.
Trascurare tale distinzione significa ignorare il salto quantico tra il livello funzionale biologico e quello psichico, come se si potesse traslare con disinvoltura da certe caratteristiche del genoma alla disattenzione durante la lezione. Si tratta di un errore analogo al considerare particolarmente intelligenti le persone che portano gli occhiali!
Siamo, infatti, di fronte ad un “bias” o errore sistematico molto comune. Accostando un’informazione di natura biologica ad una di diversa natura si è indotti a pensare che la prima mostri un ruolo causale nei confronti della seconda. Piaget avrebbe forse parlato di “realismo biologista”, del primato dei dati di natura biologica che ci spinge a gridare “eureka, ho trovato le cause del problema!”.
Per altri versi i latini parlavano dell’errore post vel cum hoc ergo propter hoc, ossia ciò che precede o che risulta concomitante verrà considerato la causa di ciò che segue o vi si accompagna. Questo filo rosso ci spinge a considerare l’influenza di geni regolatori di dopamina e noradrenalina e la disfunzione dei circuiti cerebrali frontali, invocati nel caso dell’ADHD, elementi concomitanti – se non addirittura “effetti” – a quelli di natura psicologica, piuttosto che fattori causali.
Per fare un classico esempio, lo stato di innamoramento tende ad essere considerato dai neuroscienziati (almeno questa è la visione che il non addetto ai lavori ne ricava) effetto della cascata ormonale di ossitocina, testosterone ecc., quando appare collocarsi ad un livello funzionale superiore, quello psicologico. Ci si dovrebbe altrimenti domandare perché non ci innamoriamo di ogni uomo o di ogni donna che incontriamo!
Oggi la tendenza al “riduzionismo biologico” appare imperante nell’elaborazione delle ipotesi eziopatogenetiche dei vari disturbi e delle diverse malattie, il che accade anche per i DSA e l’ADHD.
Come insegna l’epistemologia, disciplina il cui compito è definire i criteri necessari a distinguere ciò che è scientifico da ciò che non lo è, i dati vanno interpretati alla luce della logica, criteri che con il buonsenso e il comune modo di pensare hanno, ahimé, ben poco da spartire.
Con il dovuto rispetto per il grande Gauss, genio matematico vissuto tra il XVIII e il XIX secolo, la regina di tutte le scienze non è la matematica ma la logica: la matematica stessa dipende dalla logica piuttosto che il contrario.
Non si vuole negare che meccanismi biologici siano coinvolti nella genesi di tali disturbi ma il fatto che si tratti di fattori collocati al vertice della gerarchia funzionale, la qual cosa renderebbe i disturbi in oggetto una sorta di destino ineluttabile. Tale visione lascia intravvedere l’intervento farmacologico quale unica possibilità.
Se l’impennata dei DSA è stata attraverso l’evoluzione degli strumenti diagnostici, quella registrata dall’ADHD viene, almeno in parte, imputata ad una inflazione diagnostica.
Anni addietro Allen Frances, professore emerito alla Duke University e autore del libro Primo, non curare chi è normale, ha anch’egli parlato di tale inflazione a proposito dell’ambito psichiatrico. Parrebbe che l’epidemia diagnostica stia contagiando anche il mondo della scuola.
Il “rasoio di Occam” è un principio che vige in ambito scientifico e vincola il ricercatore all’adozione del criterio di economicità nell’elaborazione di ipotesi sperimentali. Se di notte sento un rumore non dovrò pensare che i marziani stanno atterrando nel mio giardino ma che, forse, il vicino stia armeggiando in cucina o che si sia alzato il vento che ha fatto sbattere una finestra.
Senza, dunque, cedere alla tentazione del realismo biologista e tenendo conto della gerarchia dei livelli funzionali occorre considerare la preponderante influenza della didattica attuale nella genesi dei diversi disturbi che la riguardano. Cercheremmo una spiegazione di natura genetica se il nostro cavallo portato all’acqua si rifiutasse di bere? Non sarebbe più semplice pensare prima di tutto che non abbia sete?
Per spiegare perché lo studente si distrae facilmente ci si dovrebbe prima di tutto rendere conto di quanta poca importanza la scuola di oggi attribuisce alla motivazione, alla curiosità, al piacere di apprendere.
Per concludere, si potrebbe obiettare che i sintomi legati all’ADHD si manifestano anche al di fuori dell’ambiente scolastico, la qual cosa, sempre in linea con la regola stabilita da Occam, dovrebbe rimandare alla carenza di “mentalizzazione” ormai assai diffusa tra i giovani, indotta dai principi imperanti nel marketing del “tutto e subito” nonché del “mordi e fuggi”.
Per esigenze legate al profitto ad ogni costo le persone non devono aver tempo per elaborare cognitivamente i diversi contenuti, la qual cosa determina il progressivo impoverimento del nostro pensiero: si deve passare dal vedere qualcosa al desiderarlo e dal desiderio al possesso nel più breve tempo possibile, per poi abbandonarlo altrettanto velocemente e passare al prossimo oggetto del desiderio!
Stefano Boschi
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