La scuola nella società del “benessere”

Ago 30, 2025 | Sociologia

Come può essere accaduto? Eravamo partiti bene, almeno sembrava… Sfinita dai due conflitti mondiali, nel dopoguerra la nostra società mostrò di voler voltar pagina. Le persone decisero più che legittimamente di iniziare a godersi la vita.

Si diffuse così un’idea che sembrava preludere ad una vera svolta, ad un progresso decisivo, quella del “benessere economico”. Come si poteva pensare che in quel momento veniva piantato il seme di quella devastazione che oggi non può più essere negata, a livello sociale, economico, della salute pubblica e, in particolare, delle relazioni?!?

Nel loro insieme i diversi sistemi relazionali, familiare, genitore-figlio, studente-insegnante, genitori-insegnanti, dei colleghi di lavoro e via dicendo, costituiscono il tessuto connettivo della società senza il quale, come per qualsiasi organismo vivente, la società stessa non potrebbe vivere.

Ma che cosa ci può essere di male nel benessere? Ovviamente nulla, a meno che non lo si colleghi al denaro. In questo modo fu creato un valore ibrido che ha finito per confondere ciò che non avrebbe dovuto essere confuso: il mondo interno, dove si colloca appunto il benessere, con quello esterno al quale appartiene il denaro.

La gente ha così iniziato a pensare che “più soldi ho meglio mi sentirò!”. Tutti presi dall’entusiasmo della casa di proprietà, dell’utilitaria che chiunque poteva permettersi, dalla gioiosa consuetudine delle vacanze non ci siamo accorti che l’inferno stava spalancando le proprie porte, pronto ad accoglierci.

Lentamente, ma inesorabilmente, l’equazione “soldi = felicità” ha iniziato ad infestare la società, ad inquinare il nostro modo di pensare fino a che nessuno ha più controllato se in effetti tale equazione fosse corretta, se funzionasse davvero, se il risultato dell’accumulare denaro e beni materiali significasse realmente “star bene”.

Ecco lo stress da eccessivo lavoro, l’esposizione sempre maggiore con le banche che si presentavano come Babbo Natale dispensatore di “doni”, l’invenzione certamente vincente del “puoi avere tutto… a comode rate!”, l’introduzione delle carte di credito come una sorta di genio della lampada formato tascabile, in grado di soddisfare tutti i nostri desideri.

Anche se parrebbe già abbastanza, in questo Paese dei Balocchi il peggio doveva ancora venire. Silenziosamente ma inesorabilmente un demone si era ormai infiltrato: il profitto a tutti i costi! Come afferma il comico Davide Dalfiume, se prima Dio era uno e trino in quel momento era diventato “quattrino”!

Le persone iniziarono così a camminare sui cadaveri gli uni degli altri e l’umanità, il senso di umanità, iniziò ad abbandonare questa terra desolata nella quale si era stabilito un regime di “demorazzia”.

A distanza di qualche decennio il mondo che conosciamo è diventato teatro delle più svariate forme di violenza: psicologica, economica, relazionale, fisica. Si tratta della cartina tornasole della condizione di confusione e del conseguente malessere in cui versiamo.

Se durante il giorno stigmatizziamo la violenza e caldeggiamo l’adozione di contromisure per reprimerla come accade per il bullismo, una volta calata la sera il dominio egemonico della cinematografia americana elegge, di nuovo e di nuovo, la stessa violenza a indiscussa protagonista del nostro “entertainment”.

Che cosa si può aspettare dai giovani una società che, nei vari notiziari, fa seguire come se niente fosse l’annuncio dell’ultimo concerto della cantante rock alla notizia del sistematico sterminio di un intero popolo? Quanto sarebbe convincente un cannibale che iniziasse a decantare i vantaggi del vegetarianismo mentre cucina l’ennesimo malcapitato nel pentolone?

Dal punto di vista psicosociale la “ricettina” potrebbe essere “togliere l’uguale”, sciogliendo così l’equazione maledetta tra il benessere da tutti agognato e il dio denaro che fino a oggi ha alimentato violenza e conflitto sociale.

Per quanto riguarda la scuola occorre restituirle il senso di umanità che ha perduto, corrotta come è stata dall’ingranaggio che fa funzionare l’intero establishment scolastico: il “giudizio”. Forse non appare così evidente, ma la posizione di chi si arroga il diritto di giudicare appare incompatibile con l’atteggiamento empatico di cui, soprattutto oggi, i giovani hanno bisogno.

Il senso di umanità rappresenta il naturale antidoto alla violenza dilagante dentro e fuori la scuola: che ci piaccia o no, alla scuola spetta il compito di somministrarlo. Forse non per mandato istituzionale, ma in forza di una necessità sempre più impellente.

Stefano Boschi

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