Matrix a scuola: l’intelligenza artificiale nella didattica
Ago 23, 2025 | Didattica
Su Orizzontescuola.it del 31 luglio 2025 è comparso un articolo sull’intelligenza artificiale applicata alla didattica.
“ChatGPT introduce la modalità studio: non ti fornisce le risposte, ma ti aiuta a studiare con il metodo socratico”.
Una nuova funzione, che si trova cliccando il menu “Strumenti”, è stata appena resa disponibile su ChatGPT. Si tratta della modalità studio, pensata per accompagnare gli utenti nello studio e nella risoluzione dei problemi attraverso un percorso graduale, anziché fornire direttamente le risposte. Per costruire la modalità studio, sono state definite istruzioni su misura, scritte in collaborazione con insegnanti, pedagogisti e ricercatori. L’intento era integrare strategie didattiche che incoraggiassero:
- la partecipazione attiva
- una gestione più efficace delle informazioni
- la consapevolezza del proprio modo di apprendere
- la curiosità verso i contenuti
- un feedback concreto che sia anche motivante.
Tutti questi aspetti sono stati sviluppati a partire da modelli consolidati di ricerca sull’apprendimento.
Verrebbe da chiedersi se a fronte di tale iniziativa Socrate faccia salti di gioia o si rivolti piuttosto nella tomba. In attesa di scoprirlo vediamo di attivare la nostra “intelligenza naturale”, cercando di cogliere un’ovvia quanto invisibile questione di fondo.
Alle macchine stiamo sempre più delegando le funzioni più complesse come appunto l’applicazione del metodo maieutico, limitandoci a svolgere, noi in prima persona, quelle di “bassa manovalanza”. Un esempio fin troppo attuale è che nella didattica di impronta nozionistica la memoria appare la funzione più richiesta agli studenti, se non l’unica. Il problema è che si tratta di quella di livello più basso all’interno della sfera cognitiva. Proprio per questo il suo uso inflazionistico può determinare una brusca frenata nello sviluppo di quelle di più alto livello, legate al pensiero creativo e a quello critico.
Qual è il rapporto che uno studente può avere con una macchina? Se Bauman parla di “società liquida” forse sono proprio le relazioni umane ciò che andiamo liquefacendo con maggiore velocità. I giovani “sempre più connessi” sono giovani sempre più soli, come dimostrano con drammatica attualità gli hikikomori “chiusi nella loro stanza”.
Se consideriamo un progresso insegnare il metodo socratico ad una macchina piuttosto che agli insegnanti a mio modesto avviso c’è qualcosa che non va… Quando entriamo in un supermercato o in un megastore vediamo sempre lo stesso numero di cassiere? E in una grande fabbrica lo stesso numero di operai al lavoro? Per non parlare del licenziamento dei giornalisti com’è accaduto presso Axel Springer, il primo ma non l’unico editore che ha deciso di sostituire quelli in carne e ossa con l’AI.
È evidente l’uso che si sta facendo dell’intelligenza artificiale. Il problema è che, come afferma il saggio: se vuoi rendere qualcosa invisibile mettilo sotto gli occhi di tutti!! Viene così evocato il fantasma di Matrix, di un mondo sempre più governato dalle macchine.
In tal senso Hollywood si dimostra una grande “finestra di Overton” o, se preferiamo, una grande “rana bollita” per dirla con Chomsky. Si tratta, in entrambi i casi, del graduale processo attraverso cui si rende accettabile ciò che un tempo non lo era affatto.
Quale sorte attende, in un futuro non troppo remoto, gli insegnanti? Assicurarsi che le macchine che li avranno quasi completamente sostituiti funzionino a dovere? Che non si tratti di puro allarmismo è testimoniato dal Piano Scuola 4.0., il quale prevede la “fusione di spazi fisici con spazi virtuali creati dagli strumenti digitali, allo scopo di incrementare le potenzialità educative delle classi e innovare le modalità di insegnamento e apprendimento”.
Dalla creazione di “spazi virtuali” alla creazione di “insegnanti virtuali” quanto può essere lungo il passo? Si dovrebbe considerare anche un’altra questione, più specifica, che solleva la maieutica “fatta a macchina”.
Forse gli insegnanti, i pedagogisti e i ricercatori che hanno contribuito a tale progresso tecnologico non hanno ben considerato che la strategia sottesa a tale modalità di insegnamento è la stessa del navigatore satellitare. Si comincia cioè dalla destinazione, dal punto di arrivo, dall’obiettivo per procedere quindi a ritroso fino al punto di partenza. In altre parole, occorre prima di tutto stabilire a quale conclusione si vuole arrivare, l’unica informazione che il navigatore satellitare ci chiede.
La macchina che applica il metodo maieutico deve prima “decidere” a quale conclusione dovrà approdare lo studente, altrimenti non potrà guidare l’evoluzione del suo pensiero attraverso opportune domande in modo quasi sillogistico. Chi fa domande assume il controllo della comunicazione. In ambito giudiziario il poliziotto o il giudice pongono le domande mentre il sospettato o l’imputato sono tenuti a rispondere e basta!
Viene da chiedersi se chi “insegna alla macchina ad insegnare” non possa inserire tra le righe di quella scatola nera che è l’AI anche un obiettivo definito a livello “meta” da perseguire, verso cui guidare l’evolversi del pensiero degli studenti o di chi ne fa uso.
Si può ragionevolmente scartare l’ipotesi secondo cui il “Grande Fratello” cercherà di guidare occultamente il nostro “ragionamento artificiale” verso particolari conclusioni piuttosto che altre? Se Socrate si sta rivoltando nella tomba forse George Orwell sta invece compiacendosi vedendo riconosciuto il valore della sua intuizione che è andata ben oltre il 1984!
Gli intenti che i fautori di questo progetto si sono posti, cioè la partecipazione attiva, una gestione più efficace delle informazioni, la consapevolezza del proprio modo di apprendere, la curiosità verso i contenuti, un feedback concreto che sia anche motivante, non possono che riscuotere il plauso di tutti.
Viene però da chiedersi per quale motivo, dopo che la lampadina si è finalmente accesa, stiamo formando le macchine e non gli insegnanti? Non subiamo forse l’impressione che in questo quadro di “progresso tecnologico” e di “innovazione della didattica” l’insegnante sia il grande escluso?
Un giorno il cucciolo di un orso si rivolge al padre: “Papà, perché abbiamo artigli così potenti?”, al che il padre risponde che “è per cacciare le foche”. Il piccolo riflette un momento quindi chiede ancora: “Papa… e perché abbiamo una pelliccia così folta?”, al che il padre risponde che “è per sopravvivere al gelo artico”. Dopo un altro momento di riflessione il cucciolo domanda: “Papà… perché abbiamo muscoli così forti?”, al che il padre risponde che “è per lottare con gli altri predatori”. Davvero perplesso il piccolo pone un’ultima domanda: “Papà, ma allora che cosa ci facciamo in uno zoo?”.
Stefano Boschi
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