Perché nessuno parla più di intelligenza emotiva?

Ago 13, 2025 | Didattica

Oggi, in tema di intelligenza l’asso pigliatutto è quella artificiale. Parrebbe quasi che non ne esistano altre forme, che l’intelligenza naturale assieme a quella emotiva non abbiano più alcuna importanza o ragione di esistere di fronte al potere egemonico dell’AI.

Tale situazione ricorda tristemente “Qualcuno volò sul nido del cuculo”, un vecchio film magistralmente interpretato da Jack Nicholson. Al film furono assegnati diversi premi Oscar, anche per aver puntualizzato uno dei lati più oscuri della psichiatria: la pratica della lobotomia, che produceva effetti disumanizzanti sui pazienti.

Ma la realtà è più forte della finzione. Citerò quindi un caso di cui ho parlato in un altro articolo, quello di Phineas Gage, un operaio statunitense vissuto nell’Ottocento. Addetto alla costruzione delle ferrovie il suo compito era liberare dagli ostacoli il percorso che la ferrovia in costruzione avrebbe dovuto seguire.

Un giorno però qualcosa va storto. Mentre si appresta a togliere di mezzo un grosso masso facendo brillare una carica questa accidentalmente esplode: la barra di ferro che sta utilizzando gli trapassa il cranio, distruggendogli gran parte del lobo frontale sinistro. Inspiegabilmente Phineas sopravvive al terribile incidente.

Il tempo passa e la cosa strana è che mentre le sue funzioni intellettive paiono intatte la sua personalità e il suo comportamento mostrano segni di una marcata alterazione, al punto che nei restanti dodici anni di vita i suoi amici stenteranno a riconoscerlo. La cosa forse più evidente è l’incapacità di prendere decisioni sensate, assieme al fatto che Phineas si comporta in modo alquanto bizzarro, a volte addirittura antisociale.

Per comprenderne il motivo dobbiamo esaminare le funzioni del lobo prefrontale sinistro, quello danneggiato dall’incidente. L’attività di tale area cerebrale appare associata alle emozioni piacevoli e a stati di calma. È ampiamente dimostrato che la sua stimolazione è in grado di attenuare gli stati d’ansia e quelli depressivi, abbassando il livello di attività del sistema nervoso simpatico.

Sul piano neuroendocrino e neurofunzionale questa area del cervello appare preposta al contenimento dello stress, alla modulazione del battito cardiaco, alla regolazione della risposta infiammatoria e, last but not least, alla maggiore capacità di autoregolazione emotiva.

In altre parole, il nostro eroe subì una lobotomia sinistra. Anche se oggi tale intervento chirurgico non si pratica più ciò non esclude la possibilità di una “lobotomia funzionale”, dagli effetti certamente meno vistosi ma non per questo meno densi di implicazioni psicologiche e relazionali.

Uno dei modi per attuare questa forma “dolce” di ablazione funzionale è fare piazza pulita dell’intelligenza emotiva, il che potrebbe accadere inflazionando le funzioni che la scuola, assieme al cosiddetto buonsenso, all’intelligenza artificiale e uno dei filoni di ricerca in neuroscienze, caldeggiano, la qual cosa si rende evidente dal primato che la lezione frontale mostra su altri possibili modelli didattici.

Se una delle cose che ci distingue dagli animali è il linguaggio e con esso la capacità di pensare in modo razionale, la cosa che certamente ci distingue dalle macchine è la capacità di provare emozioni. 

Depotenziando tale capacità e con essa l’intelligenza emotiva ci stiamo forse avviando verso il tramonto dell’Homo sapiens per ritrovarci all’alba della civiltà delle macchine, come sembra profetizzare il continuo e ossessivo riferimento all’intelligenza artificiale?

Stefano Boschi

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