I dinosauri si sono davvero estinti?

Ago 06, 2025 | Didattica

Molti sono convinti che i dinosauri si siano estinti 150 milioni di anni fa, anche se in realtà stanno per estinguersi in modo definitivo soltanto ora… almeno dal mondo della scuola! Su Orizzontescuola.it del 2 agosto 2025 leggiamo, infatti, “Nuove Indicazioni Nazionali, Valditara: “Lasciamo perdere i dinosauri. A me che importa del Dinictis? Concentriamoci sulla cultura classica”.

Nell’epoca di Jurassic Park l’argomento ha però suscitato vivo interesse nei bambini… Non voglio con ciò suggerire di improntare la didattica al periodo giurassico, colgo semplicemente l’occasione per ribadire un principio fondamentale in ogni attività umana: l’importanza prioritaria della motivazione personale.

Si tratta proprio di ciò che viene trascurato dalla scuola di stampo autoritario, per cui gli studenti “devono studiare” ciò che impone loro il programma ministeriale volenti o nolenti, motivati o no!

Secondo la teoria della comunicazione occorre prendere le mosse da ciò che rappresenta un fattore motivante, emotivamente coinvolgente, per poi allargare l’orizzonte contenutistico introducendo quelli che ci stanno a cuore (e che, nel nostro caso, stanno a cuore al MIM!).

Il grande mago della comunicazione vissuto nel secolo scorso, Milton Hyland Erickson, ha rivoluzionato il concetto stesso di comunicazione introducendo la tecnica del “ricalco e guida”. In soldoni, si parte da ciò che risulta motivante per una certa persona per poi “guidarla” gradualmente verso ciò che le è utile.

Continuiamo ad attribuire troppa importanza al “cosa” e troppo poca, se non per nulla, al “come”, quest’ultimo strettamente legato alla qualità della relazione. Pur trovandomi d’accordo con il Ministro sul piano del cosa intendo lanciare un “warning” nei riguardi del come. Se ci dimentichiamo della relazione con gli studenti ci dimentichiamo degli studenti!

Come riporta l’articolo di Orizzonti Scuola, nel corso dell’intervista rilasciata da Valditara questi sottolinea che la storia della Grecia, quella di Roma e quella del Cristianesimo vengono “sacrificate e concentrate in una sola annualità”:

“Valditara ha identificato nella tradizione greca, romana e cristiana le radici culturali da cui derivano i “grandi valori universali” che caratterizzano la civiltà occidentale: democrazia, libertà, buona fede, umanità, equità e giustizia. Sono i grandi valori che l’Occidente ha saputo rendere universali”.

Leggendo queste righe mi viene il dubbio: non è che finora ho vissuto su una delle due stelle di Alpha Centauri? Se da epoche remote fino ad oggi l’Occidente ha vissuto, nella realtà dei fatti, secondo i valori della democrazia, della libertà, della buona fede, dell’umanità, dell’equità nonché della giustizia mi sono evidentemente perso qualcosa…

Sì, forse i valori che sono stati oggetto della narrazione ufficiale da parte di chi ha governato l’Occidente sono proprio quelli, anche se dovremmo distinguere meglio le parole dai fatti, così come insegnare ai nostri figli a farlo. Se non vogliamo, giustamente, che la didattica sia improntata alla storia dei dinosauri preferiamo forse che sia improntata all’“ipocrisia storica”?

Il Ministro, sempre da quanto riporta l’articolo, ha sostenuto una strategia educativa più ampia che comprenda il recupero del latino, il ripristino del giudizio sintetico, il potenziamento del voto in condotta e dell’educazione civica. Citando Antonio Gramsci ha quindi definito lo studio del latino una “straordinaria palestra di logica”.

Apprezzando l’intento positivo che traspare da tali dichiarazioni e con buona pace di Gramsci quale politico, filosofo, giornalista nonché antifascista, mi vedo però costretto a sfatare un luogo comune che circola come una verità biblica a proposito delle lingue antiche. Ogni lingua, idioma o dialetto (anche quello napoletano!!) è in realtà una palestra di logica (da “logos”, parola, lingua, verbo). Ogni costruzione linguistica relativa alle lingue conosciute mostra una struttura logica, parrebbe anche piuttosto simile (vedi la “grammatica universale” di cui parla Noam Chomsky).

Oltretutto, come afferma lo stesso Schopenhauer, “Chi insegna la logica per un fine pratico somiglia a colui che volesse insegnare al castoro a costruire la sua capanna!”, convinzione peraltro condivisa da Hegel. Non c’è alcun bisogno di insegnare logica agli studenti per insegnar loro a pensare, lo fanno già!

La necessità sarebbe piuttosto insegnare loro a riconoscere gli invisibili errori che compiamo nel nostro consueto modo di pensare. Si tratta di due cose ben diverse e lo studio delle lingue antiche non aiuta affatto in tal senso. Si tratterebbe, il condizionale è d’obbligo, di riconoscere fallacie logiche, distorsioni cognitive e malformazione linguistiche, i “bias” che infestano il nostro modo di pensare e che sono inevitabili giacché hanno fisiologicamente caratterizzato il nostro sviluppo cognitivo.

Sul piano scientifico l’utilità delle lingue antiche risiede piuttosto nelle radici etimologiche, in accordo con l’aforisma latino, citato tra gli altri da Dante, “Nomina sunt consequentia rerum”, ossia “I nomi sono conseguenti alle cose” rivelandone quindi l’essenza (asserto che ritroviamo spesso riformulato nei termini di “Nomina sunt substantia rerum”). Come dicevano gli antichi saggi cinesi, “Dare un nome alle cose è saggezza”.

Calando un velo pietoso sul “potenziamento” (???) del voto in condotta, l’espressione forse più pura dell’autoritarismo all’interno della scuola, un plauso va al Ministro Valditara nel momento in cui ribadisce la necessità di rafforzare l’insegnamento della grammatica e della sintassi, contrastando quello che definisce “spontaneismo espressivo”:

“L’obiettivo – sempre come riportato dall’articolo – è rispondere alla drammatica situazione denunciata dai dati statistici, secondo cui un terzo degli italiani non riesce a comprendere un testo scritto complesso.”

In termini più formali tale carenza si definisce “analfabetismo funzionale” e deriva non già da una carenza sul piano delle conoscenze grammaticali e, in particolare, di quelle sintattiche bensì dallo scarso uso della lingua, come avviene nell’ambito della “comunicazione da social”.

Rimedio a tale forma di analfabetismo non è perciò lo studio della grammatica bensì l’attività di elaborazione linguistica, la qual cosa dovrebbe tradursi sul piano didattico in esercizi di “parafrasi” e “perifrasi”. Il bambino non impara a parlare perché i genitori gli insegnano la grammatica: se lo facessero bloccherebbe lo sviluppo di tale capacità.

Occorre guardarsi dal confondere “competenza” e “capacità” sul piano linguistico, ponendo la metacognizione prima della cognizione. Questo rischio è reso evidente dai risultati fallimentari che si ottengono nell’insegnamento delle lingue straniere iniziando dalle regole grammaticali prima che dalla pratica.

L’articolo relativo all’intervista concessa dal Ministro così si conclude:

“La proposta include anche il ritorno a pratiche didattiche tradizionali come i riassunti e l’apprendimento delle poesie a memoria, considerate strumenti essenziali per sviluppare le capacità espressive e mnemoniche degli studenti.”

Per quanto riguarda imparare le poesie a memoria credo non ci sia modo più efficace per far rivoltare il poeta nella tomba! Si tratta di ciò che fa odiare la poesia, cancellando con un sol colpo di spugna la bellezza che l’autore ha cercato di infondere alle sue parole.

Perché non insegniamo piuttosto a declamarne i versi, a recitarla affinando le nostre capacità nella comunicazione non-verbale? Andremmo così verso l’apprendimento di una funzione tanto importante quanto negletta dalla scuola attuale: l’intelligenza emotiva.

Imparare la poesia a memoria va esattamente contro tale obiettivo così come contro l’affinamento della capacità espressiva, soprattutto nel momento in cui l’insegnante si accontenta della sequenza delle parole snocciolate come si leggerebbe un testo del Modello Unico, si accontenta appunto del “cosa” tralasciando completamente il “come” e con esso la bellezza insita nella creazione artistica.

Stefano Boschi

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