La valutazione nella didattica

Lug 17, 2025 | Didattica

Quando l’insegnante valuta i risultati del lavoro dello studente attraverso voti ed eventuali giudizi (come sufficiente, insufficiente ecc.) offre informazioni utili alla sua crescita personale?

Analogamente a quanto fa un sistema informatico noi raccogliamo informazioni (input), quindi le elaboriamo (compute) con il fine di decidere quale comportamento porre in atto (output) per realizzare efficacemente i nostri obiettivi. In realtà, spesso l’unica informazione ricavabile da voti e giudizi è che l’insegnante, senza necessariamente fornire spiegazioni, ha assegnato quel voto o espresso quella valutazione!

Voti e giudizi si rivelano dannosi nel momento in cui finiscono per coinvolgere lo studente come “tutto”, come essere umano, non solo il suo operato. In caso di «brutti voti» il rischio è indurre pseudo “identità parassitanti” come quella di individuo inadeguato, incapace, poco intelligente se non addirittura stupido, fallito e così via. Un tempo si sarebbe parlato di “studente somaro”.

Considerando il dilagare dei DSA si tratta di un rischio da non sottovalutare, a meno che non si sia convinti che gli strumenti dispensativi e compensativi risolvano il problema alla radice. Tutto ciò senza contare che voti a valutazioni rappresentano elementi fortemente discriminanti.

In un articolo apparso su Il Mattino di Padova il 6 luglio del 2025 viene resa pubblica la protesta di Gianmaria Favaretto. In occasione dell’esame di maturità lo studente rifiuta di sottoporsi alla prova orale, rifiuto che motiva come segue:

“Il sistema di valutazione non rispecchia la reale maturità. Ho preferito usare la mia testa, piuttosto che adeguarmi ad un sistema che non condivido… L’esame di Maturità per me è una sciocchezza… non rispecchia la reale capacità dei ragazzi, figuriamoci la loro maturità”

Come testimonieranno le numerose lettere di studenti che seguiranno le sue trace, tale protesta pare evidenziare che il perno attorno a cui ruota il nostro sistema didattico è il «giudizio», il che non può che provocare lo slittamento del baricentro motivazionale dello studente dall’apprendere al “superare la verifica”.

Il mandato istituzionale della scuola dovrebbe essere, pochi sono i dubbi, la crescita personale degli studenti e la loro istruzione, mandato che rischia di venire disatteso nel momento in cui l’attività didattica viene finalizzata al “prendere la sufficienza”. Il giudizio diviene il fine stesso: è come salire sul treno per raggiungere una certa destinazione, considerando però il treno la destinazione. Non si tratta di una sorta di “condizionamento” analogo a quello subito dai cani di Ivan Pavlov?

In tale confusione risiede l’essenza della motivazione “estrinseca” risultato appunto di un condizionamento subito, giacché viene a sostituirsi a quella “intrinseca” di cui ogni attività umana utile e gratificante necessiterebbe, pena il rischio di alienazione dai nostri stessi bisogni.

Stefano Boschi

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