La sindrome di Medea:
l’alienazione genitoriale
Spesso si parla di alienazione genitoriale. Anche se non tutti sanno con esattezza di che cosa si tratta questo problema caratterizza purtroppo, in modo più o meno velato od evidente, la maggior parte delle situazioni di conflitto tra i genitori. In soldoni è la situazione per cui uno dei due – quando non entrambi – cerca di allontanare, appunto di alienare, l’altro dal rapporto con il figlio, il che quasi immancabilmente accade in sede di separazione non consensuale. Se volessimo tracciare una sorta di identikit del genitore alienante potremmo rilevare alcuni tratti che fanno parte del nostro comune modo di pensare, agire, sentire e relazionarci: nel momento in cui tali tratti risultano particolarmente accentuati in un genitore lo predispongono a tale dinamica relazionale:
- assume un atteggiamento di chiusura, velatamente o apertamente ostile
- trova difficile mettersi in discussione come persona e come genitore• vede le cose in modo rigido, o tutte buone o tutte cattive
- manca di empatia
- tende all’isolamento
- pensa in termini di verità assolute.
Vi sono poi tratti comportamentali che si rivolgono al rapporto con l’altro genitore e con il figlio:
- tendenza a ritagliarsi spazi sempre più ampi ed esclusivi con il figlio
- reazioni di fastidio ai tentativi di “intrusione” nel rapporto con il figlio
- mancanza di disponibilità alla condivisione nelle attività con il figlio
- attribuisce la colpa dei problemi in famiglia all’altro genitore
- ingigantisce gli aspetti negativi dell’altro genitore
- non sa perdonare e tende a vendicarsi
- trova difficile accettare che il figlio sia un individuo separato da sé
- non riconosce il bisogno del figlio di avere entrambi i genitori
- mostra un atteggiamento seduttivo o minaccioso nei confronti del figlio.
Si tratta di aspetti caratteriali, comportamentali e relazionali che possono rimanere silenti fino al momento del tradimento o della separazione. L’azione del genitore alienante diviene evidente soprattutto sulla base della cosiddetta “programmazione”. Tale azione si sostanzia in tre fondamentali modi: la campagna denigratoria, l’induzione del conflitto di lealtà, il ricatto affettivo.
Si tratta dei veleni che caratterizzano quella che è stata chiamata “sindrome di Medea”, spesso riferita alla depressione post partum: come racconta Euripide nel 431 a.C., abbandonata da Giasone, il suo amato compagno, per vendicarsi Medea uccide i loro figli. L’uccisione dei figli viene ora trasposta dal piano fisico a quello psicologico e relazionale: ad essere ucciso è qui il rapporto tra il genitore alienato e il figlio, il che equivale però ad uccidere un importante aspetto della vita psichica del figlio stesso, quello legato appunto al rapporto con il genitore che finirà per escludere.
I veleni che caratterizzano la campagna denigratoria vengono somministrati dal genitore alienante attraverso la diffamazione dell’altro genitore, il che mostra due fondamentali forme: porre l’accento sugli aspetti negativi e tacere su quelli positivi.
Nel secondo caso basta sorvolare sul fatto che l’altro genitore cerchi il figlio, affinché questi si convinca che il genitore assente non si interessi a lui e che quindi non lo ami. Nel primo caso si tratta invece di utilizzare la lente di ingrandimento parlando al figlio solo o prevalentemente degli aspetti indesiderabili e il gioco è fatto, come ad esempio di quella volta che l’altro genitore non ha potuto essere presente alla recita di Natale oppure lo ha duramente rimproverato.
Se poi si vuole vincere facile basta inventarsi fatti e comportamenti mai messi in atto dall’altro genitore, ossia raccontare bugie belle e buone. Se queste mostrano poi un fondo di verità risulteranno più credibili, come quelle costruite sulla base della nuova eventuale relazione che il genitore alienato ha allacciato dopo la separazione. Il secondo classico ingrediente dell’alienazione genitoriale è l’induzione del conflitto di lealtà e del conseguente senso di colpa. Dopo aver indotto il figlio a pensare male dell’altro genitore quello alienante si presenta come il “buono” della situazione, quello che pone rimedio ai danni creati da quello “cattivo” con il quale – questa è la richiesta più o meno esplicita – il figlio non dovrà più incontrarsi.
Ciò dispiacerebbe, infatti, tanto al genitore “buono”, il quale cerca così di acquisire il monopolio sul figlio glissando sul bisogno che ha dell’altro: ecco insinuarsi il senso di colpa nel momento in cui nella sua percezione si fa strada tale bisogno. Dato che il senso di colpa è quanto vi sia di più destabilizzante per la personalità in via di formazione, il bambino tende a schiararsi con il genitore alienante finendo per obliterare l’altro, assieme al relativo bisogno. Il lavoro viene poi completato con il ricatto affettivo, il terzo ed ultimo ingrediente dell’alienazione che mette il coperchio sulla pentola, ricatto al quale si accompagna la minaccia spesso implicita di abbandono. Ciò fa appello ad un altro fondamentale bisogno del bambino, quello di sicurezza, che nell’ipotesi di rimanere solo si sente perduto: se tenesse i piedi in due barche mentre le due barche si allontanano non andrebbe né da una parte né dall’altra ma semplicemente a fondo!
