Un tema oggi sempre più scottante: 

la Violenza sulle Donne

Quando oggi si parla di prevenzione della Violenza di genere si intende soprattutto – e si potrebbe quasi dire “ufficialmente” – quella che fa capo all’intervento delle autorità, con particolare riferimento all’azione delle forze di polizia e della magistratura, come se ciò corrispondesse alla protezione della vittima.

Da ciò il leitmotiv mediatico “denunciate, denunciate, denunciate!”. In questo articolo non si vuole affatto affermare che non si debba (e nemmeno che si debba) denunciare, quanto piuttosto mettere in evidenza tre fondamentali punti.

Primo, le notizie che ci vengono dal magic box a proposito delle donne uccise non sono affatto confortanti giacché quasi immancabilmente corredate dal fatidico “… la vittima aveva denunciato il suo futuro assassino!”.

Secondo, l’intervento della magistratura presuppone una qualche forma di comportamento illecito, quindi contra legem già messo in atto: non posso denunciare qualcuno perché ho l’impressione che mi voglia fare del male o perché mi parla con tono “cattivo”. Devo aspettare che compia un qualche comportamento criminoso come aggredirmi fisicamente o solo anche minacciare di farmi del male. Ammesso tutto ciò, anche se il Codice Rosso prevede l’inizio delle indagini entro tre giorni dalla denuncia dovrò comunque aspettare i risultati delle indagini. Nel frattempo niente scorta, niente casa protetta, niente guardia del corpo, niente di tutto questo. Quando le indagini terminano, nel caso in cui il maltrattante venga riconosciuto colpevole non è che venga “messo in gabbia” ma inizia semplicemente il processo (nella migliore delle eventualità viene diffidato dall’avere contatti con la denunciante).

Terzo, come tutti sanno, anche chi non ci è mai passato, il tribunale non migliora certo le relazioni ma, anzi, senza ombra di dubbio le peggiora. Se il maltrattante (come spesso se non di regola accade) soffre di un qualche disturbo di personalità o di accessi d’ira, nel momento in cui inizia il processo o anche solo viene a sapere della denuncia le cose potrebbero precipitare con esito fatale.

In conclusione, allora che cosa si può fare? Quando alla TV si parla di “prevenzione” in termini di esami clinici e di terapie mediche viene da chiedersi che fine abbia fatto il vecchio adagio popolare “È meglio prevenire che curare”. L’impressione è che esista una sola forma di prevenzione, anche se in realtà ne esistono ben tre: primaria, secondaria e terziaria.

Per comprendere la differenza immaginiamo di rientrare a casa e di trovare il pavimento allagato. Cosa facciamo? Anche se verrebbe da rispondere “mi metto a raccogliere l’acqua” nessuno lo farebbe, non prima di aver chiuso il rubinetto che perde (o quello centrale), altrimenti rischieremmo di raccogliere tutta l’acqua dell’acquedotto e di avere ancora il pavimento allagato!

Mentre la prevenzione secondaria e quella terziaria sono impegnate a raccogliere l’acqua che continua a riversarsi sul pavimento quella primaria si preoccupa di chiudere prima il rubinetto, di mantenere cioè in buona salute l’organismo e segnatamente il sistema immunitario, facendo quindi tutto ciò che è possibile per evitare che insorga la malattia.

Rapportando questo discorso al tema della violenza di genere viene da chiedersi quale forma di prevenzione ci viene oggi proposta: quella primaria volta ad evitare che il fatto succeda o le altre forme che hanno come premessa che il fatto sia già accaduto? In pratica, stiamo raccogliendo l’acqua dal pavimento senza prima aver chiuso il rubinetto che perde? E se le cose stanno in questo modo quale potrebbe allora essere l’alternativa?

Dalla chimica viene una possibile risposta. Tutti sappiamo che un composto chimico è costituito da diverse sostanze che hanno reagito tra loro creando un legame tendenzialmente stabile. Al pari di un composto chimico la relazione, buona o cattiva che sia, è costituita dall’interazione tendenzialmente stabile tra due (o più) persone, non dal comportamento dell’una o dell’altra. Ne discende che cambiando il comportamento dell’una anche il comportamento dell’altra è destinato a cambiare, poco o tanto che sia. In altre parole la “vittima designata” può intervenire su quel composto che è la relazione potendosi aspettare un qualche tipo di cambiamento.

La differenza tra il composto chimico e quel composto che è la relazione risiede nel fatto che se nel primo caso – trattandosi di materia bruta – si sa esattamente cosa scaturirà dalla reazione tra due sostanze, ossia quale sarà il composto, nel secondo caso si sa invece che il composto relazionale cambierà, anche se non è dato sapere come e quanto.

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